Petrolio, gas e carbone in Italia, l’ENEA smentisce Corrado Passera

Petrolio, gas e carbone in Italia, l’ENEA smentisce Corrado Passera

L'Italia può veramente soddisfare il 20% dei suoi consumi di petrolio e gas liberalizzando le trivelle? ENEA in disaccordo con il ministro Passera.

Neanche un mese fa ci chiedevamo se la strategia energetica del ministro dello Sviluppo economico, Corrado Passera, fosse realmente utile per l’Italia. Con tutte le trivelle che Passera vorrebbe autorizzare ad estrarre petrolio e gas nazionali, nella speranza di creare 25mila nuovi posti di lavoro, farsi una domanda del genere è più che lecito. Ma a quanto pare c’è anche qualcun altro che si è posto più o meno la stessa questione, certamente non uno sprovveduto: Giovanni Lelli, commissario straordinario dell’ENEA.

Durante l’audizione in Commissione Industria al Senato sulla strategia energetica nazionale, a fine maggio, Lelli ha consegnato ai senatori una relazione di una trentina di pagine contenente una sintesi di tutti i problemi energetici irrisolti dell’Italia: dal petrolio al gas, passando per carbone ed energie rinnovabili. Alla questione è dedicato un intero capitolo della relazione Lelli: “Problematiche della sicurezza energetica in Italia”. Nel paragrafo “Potenziamento della produzione nazionale di fonti fossili” Lelli introduce l’analisi:

Il Governo si è recentemente espresso in favore di un aumento della produzione nazionale di petrolio e gas fino a coprire il 20% dell’insieme di queste due fonti: ci si chiede dunque se ciò sia effettivamente possibile ed, eventualmente, a quali condizioni.

Facendo i calcoli sugli stessi dati forniti dal Ministero dello Sviluppo economico Lelli conclude che:

In conclusione, se da un punto di vista della consistenza delle risorse esiste la possibilità di incrementare l’estrazione annua di idrocarburi fino a coprire dal 12% al 14% del fabbisogno di petrolio e gas (contro l’8,5% del 2010), essa, a parte le incognite connesse alla redditività e ai prezzi prevalenti sul mercato, resta in gran parte legata agli impatti ambientali associati alle attività di estrazione e trasporto, stoccaggio e alla accettazione delle comunità locali residenti in prossimità dei pozzi.

Il 20% di produzione nazionale di idrocarburi che Passera vorrebbe raggiungere, quindi, è irrealistico perché se va bene (o male, a seconda dei giudizi) arriveremo al massimo al 14%. A questo calcolo di Lelli noi ne aggiungiamo un altro: se Passera prevede 25mila posti di lavoro con il 20% di produzione nazionale, con il 14% saranno molti di meno.

Sempre il mese scorso ci chiedevamo, poi, se l’Italia avesse realmente bisogno di tutto il gas che importa e di tutto quello che vorrebbe importare in futuro con i nuovi gasdotto e rigassificatori in progetto o già in costruzione. E notavamo che, probabilmente, di gas in Italia a breve ce ne sarà troppo. A quanto pare Lelli la pensa esattamente nella stessa maniera:

La capacità in eccesso (rispetto alla domanda) che si verrebbe a creare è più funzionale ad una visione dell’Italia come “gas-hub” per l’Europa centromeridionale. Ma per valutare il realismo di questa opzione occorrerebbe vederla non solo in relazione alle proiezioni di crescita dei consumi di gas nei paesi europei più prossimi ma anche alle loro strategie di diversificazione delle forniture e alla struttura dei prezzi del gas.

Citando i numeri, queste parole diventano estremamente esplicative della situazione che si creerà entro il 2030:

Qualora tutta la capacità di importazione programmata in Italia venisse realizzata, si avrebbe un eccesso di capacità di circa 60 miliardi di m3/anno (ossia il 66%) rispetto al fabbisogno stimato al 2030 nello scenario di riferimento. Questo corrisponderebbe a metà della domanda addizionale europea di gas prevista al 2030 (120 miliardi di Sm3).

Naturalmente ciò non tiene conto dei piani, già avviati, di incremento della capacità di importazione (per es. impianti di rigassificazione) di parecchi dei paesi europei, tendenti a ridurre la loro vulnerabilità a interruzioni nelle forniture.

C’è il serissimo rischio, quindi, che se l’Italia continua a riempirsi di gasdotti e rigassificatori GNL tra meno di vent’anni avrà tanto di quel gas da non sapere che cosa farsene perché anche gli altri paesi europei stanno attuando, ognuno per sé, le proprie misure di copertura del fabbisogno nazionale di gas. E se il gas già ce l’hanno non verranno a comprarselo dagli italiani.

Lelli poi passa ad analizzare la questione carbone. Decisamente scottante visto il caso ENEL Porto Tolle che ancora aspetta il pronunciamento del Consiglio di Stato. Il commissario ENEA parte dal presupposto innegabile che, a parità di energia elettrica generata con questo combustibile fossile, le emissioni inquinanti e quelle di CO2 sono molto più alte di quelle di qualsiasi altra fonte energetica.

C’è da chiedersi, quindi, se lo sviluppo del carbone sia compatibile con gli impegni presi dall’Italia riguardo alla diminuzione delle sue emissioni e alla protezione dell’ambiente. La risposta è scontata: no. Tanto è vero che l’industria sta cercando di mettere una pezza sperimentando le tecnologie di cattura e sequestro dell’anidride carbonica (CCS). Ma, riguardo a questi impianti, Lelli avverte:

Tali impianti, tuttavia, sono costosi e richiedono essi stessi molta energia, specialmente per la compressione della CO2, il che implica un abbassamento della loro efficienza complessiva. La disponibilità di siti di stoccaggio geologico nelle vicinanze dell’impianto e l’utilizzo di infrastrutture dedicate per il trasporto (via pipeline) ai siti di stoccaggio rendono tale opzione tecnologica praticabile solo in un numero più limitato di casi e a costi che si giustificano solo con prezzi della CO2 sul mercato delle quote di emissione ben superiori a quelli attuali.

Passando alle rinnovabili, invece, il commissario spiega ai senatori come gli incentivi statali non abbiano favorito la nascita di una filiera industriale nazionale ma abbiano semplicemente finanziato l’importazione di tecnologia dall’estero. Tanto che, negli ultimi anni, le importazioni di fotovoltaico hanno rappresentato il 10% dell’import manufatturiero complessivo dalla Germania.

Il vero problema, però, è che praticamente in Italia non esiste una vera incentivazione pubblica sulle rinnovabili termiche che potrebbero influire moltissimo (anche più del potenziamento degli idrocarburi italiani) alla riduzione delle importazioni di prodotti energetici dall’estero.

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