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Pesticidi: uva, fragole e pesche tra i frutti più contaminati

Pesticidi: uva, fragole e pesche tra i frutti più contaminati

Fonte immagine: Pixabay

Pere e uva tra i frutti più contaminati da pesticidi, particolarmente a rischio i prodotti ortofrutticoli di provenienza estera.

Uva da tavola e pesche tra i frutti a più alto contenuti di pesticidi secondo Legambiente. L’associazione ambientalista ha diffuso il proprio rapporto “Stop Pesticidi 2019“, nel quale ha condotto analisi relative sia ai prodotti del settore ortofrutta provenienti dall’estero e venduti in Italia che quelli coltivati sul territorio italiano (anche tra quelli distribuiti a “Km zero”).

A preoccupare Legambiente è soprattutto la questione del “multiresiduo“, la capacità dei pesticidi di interagire tra loro in maniera sinergica aumentandone la pericolosità per l’uomo. Un fenomeno che secondo l’associazione è presente in circa il 18% dei campioni, poco meno di 10 mila, mentre è intorno al 15% dei casi la possibilità che il residuo appartenga a un solo tipo di sostanza chimica.

Stando ai dati diffusi da Legambiente appena l’1,23% dei campioni ha mostrato livelli di pesticidi (per singola sostanza) superiori ai limiti di legge, eppure l’associazione invita a non abbassare la guardia. Proprio il fenomeno del multiresiduo implicherebbe un incremento del rischio per la salute, in quanto amplificherebbe l’azione degli agenti chimici a discapito di chi consuma frutta e verdura.

I pesticidi più riscontrati nei campioni analizzati da Legambiente sono boscalid, chlorpyrifos (indicato come “pericoloso interferente endocrino”) e fludioxonil, seguiti dai fungicidi metalaxil e captan. Al sesto posto per presenza nei prodotti ortofrutticoli l’imidacloprid, insetticida neonicotinoide che è stato messo al bando dal 2019 per salvaguardare gli insetti impollinatori come le api.

Non tutto è perduto sembrerebbe affermare Legambiente, che sottolinea come il comparto biologico riesca a tutelare nella quasi totalità dei casi i suoi prodotti naturali e salutari: secondo il rapporto dell’associazione su 134 campioni “Bio” in appena un caso è stata riscontrata traccia di pesticidi (una sola sostanza, nessun “cocktail nocivo”).

Frutti più contaminati

Il quadro risulta meno luminoso prendendo in considerazione soltanto la frutta. Secondo il dossier Stop Pesticidi 2019 sono state riscontrate tracce di pesticidi nel 36% dei campioni sottoposti ad analisi, con l’1,7% giudicato non a norma e più del 60% contenente multiresiduo. I frutti più contaminati sono risultati pere, uva (da tavola), pesche e fragole (più propriamente un frutto aggregato o conocarpo): queste ultime hanno evidenziato il picco percentuale di irregolarità con il 3% di casi).

A giudicare dai dati forniti da Legambiente il consumo di prodotti italiani si rivela ancora più sicuro rispetto alla frutta e alla verdura provenienti dall’estero. Il “made in Italy” risulta irregolare nello 0,5% dei casi e presenta multiresiduo nel 28%, mentre gli alimenti esteri toccano rispettivamente quota 3,9 e 33%.

Anche sul “fronte” estero è la frutta a contenere un numero maggiore di minacce per la salute: il 61% dei frutti importati presenta almeno un pesticida al suo interno. Non risulta migliore la situazione per quanto riguarda le verdure provenienti dall’estero, con la percentuale che scende al 51% nel caso dei pomodori, ma che sale fino al 70% nel caso dei peperoni. L’associazione sottolinea inoltre che questi due prodotti ortofrutticoli d’importazione mostrano più frequentemente la presenza di più sostanze: rispettivamente nel 7 e nel 4% dei casi.

È il peperone cinese il prodotto a maggiore contenuto di pesticidi secondo il dossier Legambiente: un risultato che supera in negativo quello dell’anno scorso (tè verde in foglie, 21 sostanze) con ben 25 residui individuati nel medesimo campione. Segue la pomacea della Colombia (15 res.) e il pepe del Vietnam (12). Dei prodotti a maggiore contenuto di agenti chimici (da 6 a 25 residui) 13 su 14 provengono da Paesi non comunitari: l’eccezione arriva dalla Grecia.

Rischi per acqua e aria

I pericoli non sono soltanto diretti, spiega Giorgio Zampetti, ma riguardano anche l’acqua e l’aria. Secondo il direttore generale di Legambiente:

Solo una modesta quantità del pesticida irrorato in campo raggiunge in genere l’organismo bersaglio. Tutto il resto si disperde nell’aria, nell’acqua e nel suolo, con conseguenze che dipendono anche dal modo e dai tempi con cui le molecole si degradano dopo l’applicazione. Le conseguenze si esplicano nel rischio di inquinamento delle falde acquifere e nel possibile impoverimento di biodiversità vegetale e animale.

Un rischio confermato anche da Daniela Sciarra, responsabile delle filiere agroalimentari di Legambiente e curatrice del dossier Stop Pesticidi:

La qualità delle acque è fortemente a rischio come conferma l’Ispra nel suo ultimo rapporto, secondo cui i pesticidi sono presenti in oltre il 60% nelle acque superficiali e in oltre 30% di quelle sotterranee. Esiste pertanto una buona corrispondenza tra i residui riscontrati nelle derrate alimentari e quelli che si rinvengono nelle acque superficiali e sotterranee.

Ridurre i rischi per la salute e limitare le possibili conseguenze per l’uomo e l’ambiente è possibile e molto più essere fatto al riguardo. Come ha sottolineato Legambiente in conclusione:

Va incentivato il rispetto di fasce tampone, non soggette a trattamenti, dai corpi idrici per minimizzare il rischio di inquinamento dei corsi d’acqua, la diffusione di tecniche alternative al mezzo chimico e la tutela della biodiversità, che può determinare un miglioramento della resilienza e dell’equilibrio biologico nell’ambiente coltivato.

Fonte: Legambiente

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