Pesticidi nel piatto: l’allarme di Legambiente sui prodotti agricoli

Pesticidi nel piatto: l’allarme di Legambiente sui prodotti agricoli

L'associazione ambientalista ha pubblicato un dossier con le analisi delle Arpa su frutta, verdura e derivati: molti campioni contengono tracce di sostanze chimiche

Non esiste rubrica di consigli sull’alimentazione che non suggerisca, soprattutto in estate, di mangiare tanta frutta e verdura. Il rischio, però, è che insieme a ortaggi e macedonie si ingeriscano anche grandi quantità di pesticidi chimici. L’allarme arriva dal dossier di Legambiente “Pesticidi nel piatto 2011”, secondo il quel nel 37% dei prodotti ortofrutticoli che finiscono sulle tavole italiane sono presenti residui di sostanze di sintesi.

I dati derivano da analisi effettuate nei laboratori delle ARPA (Agenzie Regionali per la Protezione dell’ambiente) e rivelano che nel 18% dei casi, frutta, verdura e derivati (pane, pasta, succhi, passate, etc.) contengono tracce di un pesticida. In un altro 18,5%, inoltre, le analisi hanno rilevato la presenza di di due o più pesticidi diversi.

Legambiente, comunque, precisa che solo nello 0,6% dei casi i campioni sono risultati formalmente irregolari, perché contenenti residui di sostanze chimiche superiori ai limiti di legge. Un passo avanti rispetto ai dati del 2010, quando l’1,5% dei prodotti analizzati risultò fuori norma. Le sostanze individuate, però, pur se ammesse dalla normativa di settore, sono spesso ancora discusse dalla comunità scientifica, soprattutto per gli effetti che potrebbero avere se combinate con altri pesticidi.

In ogni caso, denuncia l’associazione ambientalista, nei nostri piatti finiscono ancora troppe sostanze artificiali. In particolare, preoccupa la quantità di pesticidi rilevata nella frutta: i tecnici hanno individuato tracce di più di un composto chimico nel 45,7 delle mele, 49,8 delle pere, 47,16 delle fragole, 40,6 delle pesche e 44,4 dell’uva analizzate.

Male anche il vino (nel 38,6% dei campioni sono presenti residui) e l’olio d’oliva (26,1%), ma il record della presenza di sostanze chimiche va a dei campioni di uva bianca ligure con tracce di 5 diversi pesticidi (clorpirifos-metile, triadimenol, traidimenof, pencanazolo, pirimetanil) e di pere emiliane con 6 residui (fosmet, pirimetanil, trifluralin, folpet, chlorpirifos, kresoxim).

Bisogna dire che non tutta la scienza concorda sulle possibile conseguenze nocive di questi principi chimici – precisa il rapporto di Legambiente – Vero è che specie quando si individuano contemporaneamente più sostanze chimiche, possono innescarsi degli effetti sinergici sulla salute dell’uomo e sull’ambiente non ancora verificati.

Il problema, secondo l’associazione, è che la normativa di settore, che pure Legambiente considera nel complesso efficace, non regola l’impiego simultaneo di sostanze diverse. Eppure è proprio la presenza contemporanea di più residui a rappresentare il rischio maggiore per i consumatori. «C’è uno sforzo dell’agricoltura italiana sulla qualità – commenta il senatore Francesco Ferrante (Pd), della segreteria nazionale di Legambiente – ma non si traduce in una sicurezza totale per i cittadini». La soluzione? L’agricoltura biologica e tutte le tecniche di coltivazione che prevedono un impiego ridotto di prodotti chimici.

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