Pellicce: la pandemia ne decreterà la fine?

Pellicce: la pandemia ne decreterà la fine?

Fonte immagine: metinkiyak via iStock

Il mercato delle pellicce rischia lo stop definitivo con la pandemia da coronavirus, ma la situazione tra Europa e Asia è molto diversa.

L’industria delle pellicce potrebbe ormai essere agli sgoccioli, a causa della pandemia da coronavirus in corso. È quanto ritengono molti esperti internazionali, nell’analizzare l’andamento degli allevamenti negli ultimi mesi. Una situazione in cui ha gravemente pesato il caso dei visoni positivi in Danimarca, portatori anche di una versione modificata del virus: tanto è bastato per convincere molti Paesi allo stop definitivo per questi impianti.

E mentre l’Europa valuta il da farsi, l’Italia opta per un blocco momentaneo: una recente ordinanza del Ministro Speranza ha infatti sospeso l’attività degli allevamenti di visoni fino al prossimo febbraio.

Pellicce: il divario tra Europa e Asia

Almeno nel Vecchio Continente, il calo della domanda di pellicce è antecedente alla pandemia da coronavirus. Così come riporta BBC, da anni i gruppi ambientalisti sensibilizzano l’opinione pubblica contro l’acquisto di indumenti abbelliti con pelo animale. E anche moltissimi stilisti, a partire da Stella McCartney, hanno deciso di rinunciarvi: nel mondo della moda, l’imperativo è sempre più quello di rispettare gli animali, lasciandoli vivere nei loro habitat naturali.

Il nuovo sentire dell’opinione pubblica è stato inoltre di recente recepito da diversi stati mondiali, pronti a vietare ufficialmente gli allevamenti di esemplari per il mercato delle pellicce. Fra questi Austria, Germania e Giappone, preceduti dal Regno Unito che ha reso illegali queste strutture già dal 2003.

Il recente caso avvenuto in Danimarca, con il contagio da coronavirus di milioni di visoni e lo sviluppo di una pericolosa mutazione del virus, secondo BBC potrebbe aver dato il colpo di grazia all’industria europea. In questo Paese le autorità hanno deciso di sottoporre a soppressione oltre 17 milioni di esemplari e, sebbene non sia stato ufficialmente imposto un divieto di allevamento, lo è di fatto. Come spiegano gli stessi allevatori, sarà impossibile riaprire gli impianti al termine della pandemia. Sulla stessa linea si stanno orientando anche altri Paesi del Vecchio Continente, come l’Olanda e la Spagna, mentre anche gli Stati Uniti stanno valutando una chiusura definitiva degli allevamenti.

Eppure, mentre in Europa le strutture chiudono e i consumatori manifestano scarso interesse nell’acquisto delle pellicce, la situazione è assai diversa altrove. In Asia non solo questi prodotti sono molto richiesti, ma addirittura si assiste a un aumento della domanda. In particolare in Cina, dove cresce la febbre per pellicce e altri indumenti analoghi. Uno dei più grandi produttori della Danimarca, ad esempio, a partire dal 2013 ha venduto circa 2 miliardi di dollari di pellicce all’anno – a circa 90 dollari a singolo visone – perlopiù per il mercato asiatico.

Un’azione internazionale

A oggi, i principali produttori mondiali di pellicce sono la Cina, la Russia, il Canada, i Paesi Bassi, la Danimarca, la Finlandia e la Grecia. Nonostante la domanda ormai ridotta in Europa, gran parte di questi allevamenti lavora per soddisfare l’enorme domanda asiatica. Tanto che di recente la stessa Cina ha espresso “preoccupazione” per la possibile scarsità di pelli sul mercato, dati proprio i contagi avvenuti tra i fornitori europei.

Per questa ragione, i gruppi animalisti chiedono un’azione di sensibilizzazione a livello mondiale, affinché si ripeta nel resto del mondo il cambio di sensibilità già raggiunto in Europa e negli Stati Uniti. Così spiega Joanna Swabe, di Humane Society International:

Gli allevamenti di pellicce non sono solo la causa di immensa e immotivata sofferenza animale, ma sono anche la bomba pronta a esplodere per malattie mortali per l’uomo.

Ma anche in Cina si registrano i primi deboli segnali di un cambio di mentalità. La pandemia ha aumentato le preoccupazioni del pubblico sull’uso di prodotti derivati dagli animali, tanto che Veronica Wang – consulente per OCC – ha confermato come nel Paese molte aziende abbiano chiuso i battenti. Inoltre, anche nella Repubblica Popolare si sta facendo largo la cosiddetta Gen Z, la generazione dei giovanissimi attenti all’ambiente:

Rispetto alle precedenti generazioni, i consumatori più giovani hanno un maggiore senso di responsabilità sociale e ambientale. E questo trend è cominciato anche in Cina.

Fonte: BBC

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