Pecoraro Scanio al Governo Conte: incentivi vadano a vero Green Deal

Pecoraro Scanio al Governo Conte: incentivi vadano a vero Green Deal

Fonte immagine: Foto di annca da Pixabay

Le associazioni ambientaliste chiedono a Parlamento e Governo Conte impegni rapidi per la ripresa del Green Deal, ne abbiamo parlato con Pecoraro Scanio.

Sostegno reale alle imprese dei settori del Green New Deal. Questa la richiesta fatta dalle associazioni ambientaliste al Parlamento e al Governo Conte, preoccupate di una possibile penalizzazione del comparto in seguito all’emergenza Coronavirus. Tra le organizzazioni firmatarie dell’appello Marevivo e la Fondazione UniVerde, ma anche WWF, Greenpeace e Legambiente.

Le associazioni ambientaliste chiedono al Parlamento di ripartire in tempi rapidi con la discussione delle proposte di legge e delle decisioni in materia ambientale. Abbiamo chiesto un parere in tal senso proprio al Presidente della Fondazione UniVerde, e già Ministro dell’Ambiente, Alfonso Pecoraro Scanio.

Presidente, da cosa nasce l’esigenza di questo Appello?

Credo che il Premier Conte e il Parlamento debbano usare il Decreto di aprile per rilanciare un vero Green Deal. È molto importante che si delinei fin da subito quale sarà l’uscita dalla crisi economica che è strettamente legata a quella sanitaria in atto. C’è un forte timore che le lobby del petrolio e della vecchia economia battano cassa rapidamente per cercare di bloccare l’evoluzione verso un vero Green Deal. Ecco perché il Parlamento, in fase di discussione dei prossimi decreti, soprattutto adesso con l’impegno sul cosiddetto Decreto economico, deve dare esplicitamente un’indicazione chiara di quale linea prendere.

Nell’Appello si parla della connessione tra inquinamento ambientale, distruzione degli habitat e pandemia da coronavirus. Quali sono queste connessioni?

Proprio come Fondazione UniVerde abbiamo diffuso nelle scorse settimane le mappe satellitari prodotte dalla piattaforma Onda della Serco di Frascati, elaborate a partire dai dati raccolti dal satellite Copernicus sentinel 5P. Appare evidente dalle mappe che una serie di inquinanti, tra cui il biossido di azoto, siano precipitati grazie alla diffusione dello smart working e alla drastica riduzione di autoveicoli.

La Società Italiana di Medicina Ambientale ha messo in relazione l’enorme inquinamento atmosferico della Pianura Padana con la maggiore facilità di diffusione del virus attraverso lo smog. Su un altro versante, c’è uno studio approfondito, non solo in Italia ma anche in Cina e in altri Paesi, con cui si mette in connessione la grande mortalità della polmonite, legata al Coronavirus, con apparati respiratori probabilmente debilitati da decenni di vita in aree ad alto tasso di inquinamento. Non dimentichiamoci che la Pianura Padana è considerata l’area con la peggiore qualità dell’aria a livello europeo e che l’Organizzazione Mondiale della Sanità, non più tardi della fine del 2019, ha fatto una valutazione di 70.000 morti premature all’anno in Italia dovute all’inquinamento atmosferico e di 412.000 decessi causati da inquinamento da smog nell’Unione Europea.

L’emergenza sanitaria ci deve far riflettere, inoltre, su quanto l’alterazione degli ecosistemi e la sottrazione di habitat naturali alle specie selvatiche può favorire il diffondersi di patogeni prima sconosciuti.

Alla luce di queste connessioni quali sono le proposte da parte delle associazioni ambientaliste?

L’appello fa riferimento direttamente anche alle realtà imprenditoriali veramente green del nostro Paese, ma anche dell’Unione Europea, che possono cooperare a un vero e proprio rinascimento green anche nell’economia.

Per fare questo, occorre che i decisori politici, a partire dal Parlamento e dal Governo, sostengano direttamente i cittadini, attraverso formule come il reddito universale, mentre negli incentivi alle imprese favoriscano quelle che puntano all’innovazione tecnologica e la sostenibilità ambientale, creando nuovi posti di lavoro nella nuova economia circolare o preferibilmente nella bioeconomia circolare.

Il suo timore è che questi incentivi possano finire altrove?

Di fronte a una vera e propria catastrofe, che ha relazioni dirette con il nostro rapporto malato con Madre Terra, sarebbe paradossale continuare in un’opera di distruzione dei nostri habitat rigenerando vecchie realtà industriali legate allo sfruttamento dei fossili, alla dissipazione irresponsabile delle risorse limitate o alla distruzione dei nostri habitat naturali. Si avrebbero conseguenze gravissime sia per quanto riguarda l’allarme sul cambiamento climatico, che resta presente poiché la riduzione della CO2 dovuta al lockdown non è certo sufficiente a invertire la tendenza: serve una vera fuoriuscita dai combustibili fossili per evitare una catastrofe climatica.

Anche per ragioni sanitarie e di qualità della vita, occorre bloccare l’inquinamento delle nostre città sovraffollate ed estremamente trafficate, con livelli di smog spesso insostenibili.
Queste considerazioni devono portarci a una scelta chiara: il dopo pandemia, e la convivenza con una situazione sanitaria che resterà da tenere attenzionata, dovrà coincidere con la scelta di un vero Green Deal a livello nazionale, europeo e mondiale. È quello che, attraverso i 17 Obiettivi di Sviluppo Sostenibile, chiedono le Nazioni Unite prima ancora della pandemia.

Noi, alla realizzazione dei 17 Goals dell’ONU, puntiamo con decisione anche attraverso la rete Opera2030 lanciata dalla Fondazione UniVerde con l’appoggio di realtà come Green Style, TeleAmbiente, Fanpage.it, Lifegate, Change.org e di tante associazioni e gruppi di giovani innovatori. Abbiamo l’esigenza di anticipare al più presto quelle riforme indispensabili che già oggi dobbiamo accelerare.

Bisogna evitare di ascoltare gli appelli di personale politico miope, a volte collegato con le lobby del petrolio, che mira a cogliere l’occasione dell’emergenza coronavirus per ottenere una sorta di deregulation delle norme ambientali, azzerare le regole contro l’inquinamento e consentire la ripresa, non di una industria innovativa capace, forte e soprattutto sostenibile, ma di quelle attività imprenditoriali che puntano più ad avere denaro pubblico a disposizione per conservare vecchi modelli economici obsoleti o peggio per creare speculazione grazie all’emergenza. Il futuro deve essere costruito con la realizzazione delle smart cities, produzione diffusa di energia da fonte rinnovabili, il ricorso allo smart working e alle innovazioni digitali utili a quella transizione verso una vera Terza Rivoluzione Industriale, il Green New Deal prefigurato da Jeremy Rifkin.

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