Olio di Palma insostenibile: grandi multinazionali ancora coinvolte

Olio di Palma insostenibile: grandi multinazionali ancora coinvolte

Fonte immagine: Greenpeace

Non accennano a diminuire gli incendi in Indonesia legati alla produzione dell'olio di palma: grandi multinazionali responsabili secondo Greenpeace.

L’utilizzo di olio di palma insostenibile grave ancora sulle grandi multinazionali. In particolare quelle del settore alimentare, tra le quali spuntano Nestlé, Unilever, Procter&Gamble e Mondelēz, e quelli che sono considerati i principali commercianti del prodotto ovvero Wilmar, Cargill, Musim Mas e Golden-Agri Resources. Secondo Greenpeace queste aziende continuano ad acquistare da produttori ritenuti responsabili di diversi incendi in Indonesia.

Le accuse alle grandi multinazionali sono contenute nel rapporto “Burning down the house” redatto da Greenpeace International, nel quale l’associazione sottolinea quella che è ormai una prassi consolidata: i produttori incendiano terreni e foreste per estendere la superficie disponibile per le coltivazioni; secondo GP nei loro possedimenti si è verificato il maggior numero di incendi nel periodo 2015-2018.

Secondo quanto documentato da Greenpeace International due terzi dei produttori ritenuti responsabili di tali incendi risultano anche membri della Tavola Rotonda per l’Olio di Palma Sostenibile (RSPO), un ente che si occupa, sottolinea l’associazione, di “certificare olio di palma prodotto in modo sostenibile, ovvero senza distruggere le foreste”.

In base ai dati forniti da Greenpeace International Unilever ha acquistato da fornitori di olio di palma ritenuti responsabili, tra il 2015 e il 2018, della distruzione di circa 180mila ettari di foreste. Poco inferiore il bilancio di Wilmar, che nel periodo 2015-2018 si attesta sui 140mila ettari (oltre a circa 8mila incendi nel 2019).

Diverse grandi multinazionali hanno dichiarato negli ultimi anni di voler procedere con un cambio di rotta a favore di approvvigionamenti davvero sostenibili di olio di palma. Una disponibilità soltanto di facciata secondo quanto ha sottolineato Martina Borghi, Campagna Foreste di Greenpeace Italia:

Negli ultimi dieci anni multinazionali e operatori di materie prime si sono impegnati a porre fine alla deforestazione entro il 2020. Ma dal 2010 la produzione e il consumo di prodotti agricoli legati alla deforestazione – tra cui l’olio di palma, utilizzato sempre più anche per la produzione di biodiesel – sono aumentati vertiginosamente e continuano ad aumentare.

La sostenibilità sembra solo una parola di facciata. I produttori responsabili degli incendi e le società che ne traggono benefici economici devono essere ritenute responsabili di questa devastazione ambientale e dei gravissimi impatti sulla salute e sul clima causati dagli incendi.

Nel bilancio di Greenpeace vengono inseriti anche gli oltre 900mila indonesiani che hanno manifestato infezioni respiratorie acute legate ai fumi e alle ceneri diffusi dagli incendi. Sul fronte climatico si parla di un rilascio pari a circa 465 milioni di tonnellate di anidride carbonica. Borghi:

I grandi commercianti di materie prime agricole e le multinazionali che le acquistano devono agire immediatamente per ripulire le proprie filiere dalla deforestazione, senza nascondersi dietro false etichette di sostenibilità. Anche i governi nazionali e l’Unione europea giocano un ruolo fondamentale: è indispensabile una normativa che garantisca che il cibo che mangiamo e i prodotti che utilizziamo non vengano prodotti a scapito dei diritti umani e delle foreste del Pianeta.

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