Obesità: cattive abitudini alimentari in aumento nel mondo

Obesità: cattive abitudini alimentari in aumento nel mondo

Fonte immagine: Joey

Uno studio descrive come sono peggiorate le abitudini alimentari in molti Paesi del mondo dal 1990 ad oggi.

Un recente studio ha analizzato le abitudini alimentari di 187 Paesi del mondo. Se è vero che negli ultimi 20 anni in molti Paesi è aumentato modestamente il consumo di frutta, verdura e cibi sani, è anche vero che questo andamento è stato messo in ombra da un maggiore consumo di cibi malsani come bevande zuccherate e cibi trasformati a base di carne.

Si tratta dello studio pubblicato sulla rivista Lancet Global Health e realizzato da un team di ricercatori a livello internazionale guidato dal Dr. Fumiaki Imamura del the Medical Research Council Epidemiology Unit presso l’Università di Cambridge (Regno Unito).

Il gruppo ha analizzato i dati relativi al consumo di 17 prodotti alimentari chiave in 300 indagini che hanno vagliato il tipo di alimentazione di popolazioni appartenenti a Paesi di tutto il mondo, in un lasso di tempo che è andato dal 1990 al 2010, riuscendo ad analizzare il 90% della popolazione mondiale adulta pari a circa 4,5 miliardi di persone. Questo anche grazie ai dati rilevati dalle Nazioni Unite.

Tra i 17 alimenti presi in causa 10 sono considerati sani: frutta, verdura, fagioli e legumi, noci e semi, cereali integrali, latte, acidi grassi polinsaturi, pesce, omega-3, e fibre alimentari. Altri 7 invece vengono generalmente associati all’insorgere di malattie non trasmissibili come problemi cardiovascolari, diabete e tumori legati all’alimentazione: si tratta di carne, salumi, bevande zuccherate, grassi saturi, grassi idrogenati, colesterolo alimentare e sodio.

Le analisi sono state eseguite dal Global Burden of Diseases Nutrition and Chronic Diseases Expert Group (NutriCoDE), con a capo il Dr. Dariush Mozaffarian, principale autore dello studio e decano della Friedman School of Nutrition Science and Policy, presso l’Università di Tufts (Massachusetts).

Ne è conseguita una classificazione con punteggio da 0 a 100, in cui ogni tipologia di dieta ha accumulato un tot di punti in base non solo al tipo di alimenti contemplati, ma anche alle differenze di sesso, età e reddito nazionale.

Si è potuto vedere così che i Paesi a più alto reddito hanno diete con punteggi elevati, mentre quelli con reddito medio-basso hanno condizioni peggiori. È però anche vero che tra i Paesi a più alto reddito come Stati Uniti, Canada, Europa Occidentale, Australia, Nuova Zelanda ci sono modelli di dieta tra i più scorretti sul panorama mondiale, dovuti proprio alle abitudini sbagliate e alla preferenza per i cosiddetti “cibi spazzatura“.

Ci sono poi ad esempio Paesi come il Ciad e il Mali hanno ottenuto punteggi elevati, così come due rappresentanti della Dieta Mediterranea: Turchia e Grecia. Tutto questo ha e avrà sempre più serie implicazioni sulla nostra salute. Il Dr. Imamura infatti ricorda che:

Entro il 2020, le proiezioni indicano che le malattie non trasmissibili rappresenteranno il 75% di tutti i decessi. Migliorare la dieta ha un ruolo cruciale da svolgere nella riduzione di questa percentuale.

Le implicazioni diventano consistenti non solo a livello del sistema sanitario, ma con esso anche a livello politico e fanno riflettere sulla necessità di un modello dell’industria agricola e alimentare che punti alla salute e alla sostenibilità, affinché il problema della denutrizione in molti Paesi del mondo non venga sostituito da quello della malnutrizione e con essa si diffonda un’epidemia di obesità e malattie legate all’alimentazione.

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