• GreenStyle
  • Consumi
  • Microplastiche: cosa sono e perché sono dannose per l’ambiente

Microplastiche: cosa sono e perché sono dannose per l’ambiente

Microplastiche: cosa sono e perché sono dannose per l’ambiente

Fonte immagine: DisobeyArt via iStock

Le microplastiche sono una delle più gravi minacce per l'ambiente: ecco cosa sono e perché risultano dannose, sia per la natura che per gli esseri viventi.

Si sente parlare sempre più frequentemente delle microplastiche, l’ultima minaccia sia per l’uomo che per la sopravvivenza del Pianeta. D’altronde l’allarme è stato lanciato ormai da diversi anni da scienziati a ricercatori, pronti a sottolineare come queste sostanze stiano inquinando irrimediabilmente il globo, in particolare i mari, e contaminando tutta la catena alimentare umana. Ma cosa sono le microplastiche e, soprattutto, perché sono dannose per l’ambiente?

Così come già accennato, le microplastiche rappresentano una delle più gravi minacce per la sopravvivenza della natura, di molte specie animali e dello stesso uomo. Di seguito, tutte le informazioni utili.

Microplastiche: cosa sono?

Microplastica

Con il termine microplastica si identificano delle piccole particelle di materiale plastico, così come facile intuire, dalle dimensioni estremamente ridotte. Si tratta di frammenti normalmente di misura millimetrica, anche se di recente sono stati scoperti esemplari anche di livelli micrometrico, tanto che si parla più propriamente di nanoplastiche.

Queste piccoli residui di plastica, proprio poiché piccolissimi, non vengono visivamente identificati con facilità né dall’uomo né dagli animali, e tendono a depositarsi in tutti gli ambienti terrestri: il maggiore accumulo è nei mari, ma ne sono stati ritrovati abbondanti campioni in luoghi un tempo impensabili, come i più impenetrabili ghiacciai montani. Oltre a inquinare, data la loro natura riciclabile, possono addirittura essere ingeriti o inalati da tutti gli esseri viventi.

A livello di Unione Europea, così come da numerosi lavori del Parlamento del Vecchio Continente, le microplastiche sono catalogate in base alla loro dimensione e origine:

  • Microplastiche primarie: vengono direttamente rilasciate nell’ambiente e provengono perlopiù dal lavaggio dei capi sintetici (35%), dall’abrasione del pneumatico delle auto (28%), da prodotti cosmetici come gli scrub (2%). In totale, le primarie rappresentano circa il 15-21% di tutti i frammenti dispersi nell’oceano;
  • Microplastiche secondarie: si vengono a formare dalla degradazione di oggetti di plastica più grandi, tra cui packaging, scatole, bottiglie di plastica, buste della spesa, reti e attrezzi da pesca. Si stima che il 68-81% di tutte la microplastica presente nei mari sia proprio di origine secondaria.

Questi frammenti hanno tempi di degradazione lunghissimi una volta immessi nell’ambiente, del tutto analoghi a quelli della plastica di dimensioni maggiori: si parla di centinaia di anni, una longevità spesso resa ancora più estesa dalla presenza di speciali trattamenti chimici.

Microplastiche: danni per l’ambiente

Plastica in spiaggia

Le microplastiche, così come qualsiasi altro oggetto o rifiuto realizzato nello stesso materiale, sono altamente inquinanti. Come già accennato, la loro biodegradabilità è molto ridotta e, date le dimensioni infinitesimali, si distribuiscono pressoché ovunque, rendendone praticamente impossibile la raccolta. Una volta immesse nell’ambiente tendono a essere trascinate verso i corsi d’acqua dalla pioggia e dai fenomeni d’erosione, per poi raggiungere il mare. Sono proprio gli oceani i più afflitti dalla problematica: secondo una relazione ONU del 2017, vi sarebbero più di 51.000 miliardi di frammenti di plastica nei mari di tutto il globo. Poiché molto leggere, vengono anche facilmente trasportate dal vento: ciò spiega poiché se ne trovano campioni abbondanti anche in alta montagna, in luoghi solitamente considerati incontaminati e privi di inquinamento.

Tra i tanti effetti delle microplastiche, quelle di alterare il normale sviluppo delle specie vegetali marine, sia perché depositandosi sui fondali rendono più difficile la penetrazione delle sostanze nutritive, sia perché tendono a perdere elementi contaminanti dannosi. Non è però tutto, poiché minacciano anche la fauna marina e terrestre: la maggior parte dei pesci, giusto per citare il caso più emblematico, le ingoiano scambiandole per piccoli crostacei o plancton. Ancora, alcune ricerche recenti ipotizzano un ruolo importante delle microplastiche nel deterioramento delle barriere coralline, compresi i pericolosi fenomeni di sbiancamento.

Microplastiche: danni per l’uomo

Doctor

L’uomo è tutt’altro che esente dalla contaminazione da microplastiche, poiché queste particelle sono pressoché ovunque. Innanzitutto, i frammenti hanno già contaminato la catena alimentare: si stima che circa il 20% di tutto il pesce pescato presenti microplastiche, una percentuale che sale anche al 70% in alcune aree del mondo. Un’università irlandese, conducendo ricerche nel mare del Nord, ha infatti scovato un’elevatissima contaminazione fra le specie di pesce di maggiore consumo. Con l’alimentazione, di conseguenza, questi frammenti entrano nell’organismo umano, con effetti non ancora del tutto pienamente noti. Uno studio condotto nel 2019 dall’Università di Newcastle ha stimato in 5 grammi la quantità di microplastiche che ogni umano ingerisce ogni settimana.

Non solo fonti alimentari, tuttavia: le microplastiche vengono anche facilmente inalate, poiché trasportate dal vento e presenti nel pulviscolo. Queste si depositano in tutto il tratto respiratorio, raggiungendo potenzialmente anche i polmoni.

Seguici anche sui canali social

I Video di GreenStyle

Raccolta beach litter: intervista con Laura Brambilla – Legambiente