Mascherine abbandonate: rischio disastro ambientale

Mascherine abbandonate: rischio disastro ambientale

Fonte immagine: ivabalk via Pixabay

Mascherine abbandonate, rischio di disastro ambientale: sempre più persone non rispettano le regole per lo smaltimento corretto di questi dispositivi.

Le mascherine abbandonate rischiano di trasformarsi in un vero e proprio disastro ambientale. La pandemia da coronavirus in corso ha dimostrato l’importanza di avvalersi di dispositivi di protezione, per ridurre le possibilità di contagio, ma una porzione davvero ridotta della popolazione mondiale le smaltisce correttamente. E così questi strumenti stanno sempre più affollando corsi d’acqua, mari e oceani, con conseguenze inimmaginabili sulla sopravvivenza degli ecosistemi.

Le segnalazioni giungono ormai da tutto il mondo. A Hong Kong le squadre di recupero da settimane raccolgono le mascherine trascinate sulla spiaggia delle correnti, a un tasso di circa 70 dispositivi ogni 100 metri di sabbia. Sulla costa francese nel Mediterraneo, invece, a inizio estate diverse associazioni avevano già denunciato una presenza di mascherine “superiore alle meduse”.

Mascherine: disastro animale

Le mascherine abbandonate rappresentano innanzitutto un dramma per la fauna selvatica. Sono ormai centinaia gli animali marini che ogni giorno vengono rinvenuti impigliati in questi dispositivi. In particolare tartarughe, ma anche uccelli pescatori: tra gabbiani e aironi, sono decine gli esemplari trovati con mascherine arrotolate attorno ai loro becchi. Non solo mare, tuttavia, ma anche alta montagna: le mascherine lasciate nei boschi vengono sollevate dal vento, si impigliano nei rami e intrappolano uccellini di passaggio.

Non è però tutto, poiché molte specie ingoiano questi strumenti scambiandoli per prede. È il caso sempre delle tartarughe, che confondono i DPI con le meduse, ma anche di delfini e grandi cetacei. Giungono anche segnalazioni di cervi con mascherine nei loro stomaci, così come anche di orsi, volpi e altri mammiferi delle foreste.

Il problema della microplastica

Una delle grandi questioni connesse alle mascherine è relativo alla produzione di microplastica. La maggior parte delle soluzioni chirurgiche è realizzata in PPE, dei polimeri efficaci nel trattenere i droplet ma anche inclini a scomporsi in piccole parti se lasciati sotto l’azione degli agenti atmosferici. Le mascherine che finiscono in acqua, di conseguenza, sono destinate a deteriorare, lasciando piccoli e irrecuperabili pezzi di plastica nelle acque.

Con una richiesta in periodo covid di qualche centinaio di milioni di esemplari al mese, così come riferito recentemente dall’OMS, è quindi necessario coinvolgere la popolazione nello smaltimento corretto. Gli individui devono riporle negli appositi cestini per la raccolta di plastica e altri rifiuti di origine medicale, assicurandosi che il contenitore sia dotato di coperchio affinché non vengano sollevate dal vento. Ancora, le nazioni occidentali devono dotarsi di impianti di smaltimento e recupero: uno dei gravi drammi è infatti la tendenza a esportare questi rifiuti in Paesi asiatici non perfettamente attrezzati. Le mascherine rimangono a lungo in discariche a cielo aperto e continuano a contaminare l’ambiente.

Fonte: Mic

Seguici anche sui canali social

I Video di GreenStyle

Coronavirus: 5 consigli per evitare il contagio