Macellano maiale in casa: arriva la Polizia

Macellano maiale in casa: arriva la Polizia

A Lavinio, nel comune di Anzio, cinque persone hanno improvvisato una macellazione di un maiale a livello domestico: è giunta la Polizia.

Hanno organizzato una macellazione abusiva e domestica di un grosso maiale, ma le urla dell’animale hanno allertato il vicinato, tanto da far intervenire sul posto la Polizia locale. È quanto è accaduto a Lavinio, nel comune romano di Anzio, dove gli agenti hanno rinvenuto i resti del suino. Per i responsabili dell’atto è scattata una denuncia per maltrattamento di animali e macellazione abusiva.

Il tutto è accaduto negli scorsi giorni, quando alcuni residenti di Lavinio hanno udito le grida strazianti di un maiale. Allertati dai forti grugniti dell’animale, alcuni vicini hanno avvertito le autorità, arrivate poco dopo sul posto. Gli agenti hanno rinvenuto nel giardino di un’abitazione, dove si trovavano quattro persone di origine rumena e un italiano, i resti del suino da poco sgozzato.

Dai primi rilievi condotto dalla Polizia, è emerso come l’animale sia stato ucciso senza seguire le dovute prescrizione di legge, quindi in assenza di misure di sicurezza e igiene, né dei requisiti per evitare inutili sofferenze all’animale. La normativa, infatti, prevede che gli animali da macello vengano preventivamente storditi prima della loro soppressione. La Polizia locale, così come riferisce Il Messaggero, ha quindi chiesto l’intervento dei funzionari ASL.

L’ASL ha confermato le rilevazioni della Polizia, sottolineando come sui resti dell’animale non sia stato rinvenuto il foro per il proiettile captivo, necessario per abbattere il suino senza provocare inutili sofferenze.

Sempre dagli accertamenti è emerso come il maiale sia stato recuperato da un allevamento autorizzato di zona, anche se al momento non sono note le modalità di vendita e di trasporto dell’animale. Le cinque persone presenti sul posto sono state denunciate per maltrattamento di animali e macellazione clandestina, due reati che possono comportare la reclusione dai 6 mesi a un anno o il pagamento di un’ammenda fino a 150.000 euro.

Fonte: Il Messaggero

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