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Libra: quale sarà l’impatto ambientale della criptomoneta di Facebook?

Libra: quale sarà l’impatto ambientale della criptomoneta di Facebook?

Fonte immagine: iStock

Analisi di quali potrebbero essere i consumi energetici e l'impatto ambientale di Libra, la nuova moneta di Facebook.

Quanto consumerà Libra, la nuova (cripto)moneta di Facebook? Non tanto quanto i Bitcoin, per la cui produzione – hanno provato numerose indagini – viene impiegata una quantità di energia spesso sufficiente al fabbisogno di Paesi importanti come l’Irlanda o la Giordania.

Sul punto, cioè sull’impatto ambientale della “produzione” della divisa digitale lanciata da Mark Zuckerberg tramite la sussidiaria Calibra e altri 27 partner, fra cui giganti come Vodafone, Iliad, Mastercard, Visa, eBay, Booking, PayPal, Coinbase e molti altri, il calcio d’inizio lo ha dato The Verge. Che in un approfondimento dedicato ha tentato di capirci qualcosa di più.

Ovviamente è presto per entrare nel merito, visto che di Libra si sa solo quanto è stato esposto da Menlo Park e soci nel white paper diffuso in concomitanza con il lancio e dal post di Zuck. Certo è che non ci sarà un vero e proprio “mining”, come accade con Bitcoin e altre simili criptomonete. Produrre Bitcoin è clamorosamente energivoro perché chi vuole farlo deve in qualche maniera “competere” per assicurarsene una o più unità. I nodi della rete che estraggono quella moneta digitale sono infatti dei piccoli (e spesso per nulla piccoli) conglomerati di potenti calcolatori impegnati a risolvere complicati calcoli informatici che si concludono con l’ottenimento della valuta. Al contrario, con buona pace di chi ci vede una decentralizzazione spinta, Libra sfoggia una logica più centralizzata. In qualche maniera, più vicina a quella dei tradizionali database che alimentano i più diversi servizi e piattaforme.

Si tratta di un ordine di magnitudo più efficiente di quanto possa mai essere quello dei bitcoin – ha spiegato al sito statunitense Ulrich Gallersdörfer, ricercatore all’università tecnologica di Monaco, in Germania, specialista di blockchain nonché coautore di un recente paper pubblicato su Joule nel quale, per l’appunto, evidenzia come le operazioni di “mining” legate ai bitcoin emettano più gas serra di una nazione come la Giordania. L’altro studio, quello che proponeva il paragone con i consumi dell’Irlanda, era stato sempre pubblicato sulla stessa piattaforma specializzata a firma Alex de Vries e si riferiva appunto al 2018.

Dunque Libra sarà meno impattante. Ma di quanto? La moneta digitale sarà per così dire creata e distribuita attraverso un algoritmo (che verrebbe da chiamare “banca centrale”) in grado di produrne blocchi di unità in proporzione alla quota dei singoli partecipanti alla Libra Association che ne orchestrerà e garantirà il funzionamento con asset fisici e per così dire “sonanti”, per nulla virtuali. A partire dalla quota di (pare) 10 milioni di dollari versata dai 27 membri per farne parte, membri che dovrebbero presto salire a un centinaio.

Il lavoro sarà comunque energivoro ma del tutto diverso da quello del tradizionale “mining”. Più simile, appunto, ai data center che alimentano le piattaforma che usiamo ogni giorno, che memorizzano i nostri documenti in cloud, che muovono sistemi e social network, siti di e-commerce e pubbliche amministrazioni, industria e intrattenimento, media e advertising. Che pure non scherzano: si stima infatti che siano stati responsabili del 2% del fabbisogno energetico statunitense nel 2014 e che la loro fetta di CO2 equivalga quella prodotta dall’intero comparto aeronautico. Tanto per avere un’idea, solo quelli statunitensi hanno consumato 70 miliardi di kilowattora nel 2016.

Dunque ne serviranno (molti) altri, specificamente dedicati a un sistema che dovrà essere usato potenzialmente da oltre due miliardi di persone. Molti player del mondo hi-tech si stanno impegnando da anni nel rendere i loro data center più green, per esempio alimentandoli solo con energia proveniente da fonti rinnovabili. Tuttavia infiniti problemi rimangono appesi: dallo spreco di acqua nei sistemi di raffreddamento (che alcune startup stanno tentando di poter riciclare all’infinito anche se dopo pochi cicli d’uso il prezioso oro blu diventa inservibile per ulteriori raffreddamenti) alla medesima collocazione di questi poli di server, non solo per ragioni geografiche o legate alle risorse. Katrina Kelly-Pitou, urban system strategist della SmithGroup, pone l’accento proprio su questo elemento: occorrerà che questi server vengano costruiti in posti con un’elevata disponibilità di esperti del settore e, ovviamente, abbondanti fonti energetiche pulite, che si tratti di idroelettrico, eolico, solare e perfino nucleare. Altrimenti, pur con tutti gli sforzi, anche Libra finirà per appesantire il conto ambientale dell’universo hi-tech.

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