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La Tampon tax non si taglia? Per i 5 Stelle è una battaglia per l’ambiente

La Tampon tax non si taglia? Per i 5 Stelle è una battaglia per l’ambiente

Fonte immagine: iStock

Niente riduzione dell'Iva per i prodotti assorbenti femminili, per i pannolini e altri acquisti simili: resterà al 22%, salvo aumenti futuri.

La “tampon tax” rimane. L’Iva al 22% – e magari al 25,2% dal prossimo anno, visti i disastri del bilancio pubblico – sugli assorbenti e i prodotti igienici femminili è saltata, e lo sappiamo bene. Un emendamento presentato dal PD alla Camera, nel contesto della proposta di legge sulla Semplificazione fiscale, è stato bocciato dopo un rinvio e una lunga discussione con 253 voti contro e soli 189 a favore.

Quattrini, aveva spiegato la presidente della commissione Bilancio di Montecitorio e relatrice del ddl Carla Ruocco, confermando il parere negativo dell’esecutivo. Quella sforbiciata su prodotti di uso quotidiano, è stato spiegato, sarebbe costata “212 milioni” di euro se l’Iva fosse stata portata al 10% e oltre “300 milioni” per la riduzione al 5%. L’acquisto di un pacco di assorbenti rimane così gravato dalla stessa imposta che pesa sull’abbigliamento, sulle sigarette, su una bottiglia di vino o su altri prodotti non considerati di prima necessità.

La bocciatura è per altro un doppione: già lo scorso autunno, in sede di discussione dell’ingannevole ex legge finanziaria, era arrivato un simile stop. Quella volta l’ineffabile viceministra Laura Castelli, sempre lei, raccontò del timore di una sanzione da parte della Commissione Europea, situazione seccamente smentita da Bruxelles nel corso di una puntata di Report su Rai3. L’emendamento, allora presentato dal suo stesso partito, riguardava tutti i prodotti “per la protezione dell’igiene femminile, dei neonati, dei disabili e degli anziani”.

Balle spaziali, insomma, sulla pelle delle donne. Nel Paese che considera i prodotti femminili (così come, mentre si riempie la bocca di sostegno alla famiglia, i pannolini per i neonati) beni di lusso – la cui aliquota Iva è andata crescendo dal 12 al 22% a partire dal 1973 – e i tartufi (al 5, ma perché alimenti deperibili) o i francobolli da collezione (10%) prodotti primari agevolati. Roba da matti. Come se degli assorbenti si potesse fare a meno, nei giorni del ciclo mestruale. Ci sono delle alternative da valutare all’usa e getta, certo, come gli assorbenti lavabili o le coppette mestruali. Sulle quali, a onor del vero, esistono pure delle opinioni in parte discordanti. Il punto non è certo quello. Il punto è la scelta e la mediocrità politica che fa del fronte ambientale un paravento da aprire e chiudere quando deve coprire le proprie miserie.

Sfoderare la difesa dell’ambiente – battaglia sacrosanta e assoluta, fatale diremmo – per giustificare la propria inconsistenza politica e le (in)decisioni in Parlamento è inaccettabile. Lo ha fatto in tv Francesco D’Uva, capogruppo pentastellato alla Camera, tentando di spiegare la ragione dell’ennesima bocciatura per l’Iva agevolata su quel genere di prodotti. Durante il programma Omnibus su La7 D’Uva ha spiegato che “da un lato non c’era la copertura finanziaria per farlo, non era prevista”. Il punto era trovarla: nel Paese in cui si trovano finanziamenti per le sagre del caciocavallo e le più bizzarre associazioni (vedi i decreti milleproroghe dell’intera storia repubblicana) non si riesce a mettere in cantiere un intervento del genere?

C’è poi un altro motivo, definito “ambientale”. “Dall’altro lato – ha spiegato il deputato – siamo anche per l’ambiente e non vogliamo quelli usa e getta, c’è la coppetta”. Quindi D’Uva ha deciso. La sua sentenza è implacabile, senza appello: care donne, siete spietate inquinatrici! C’è la coppetta, e quindi se proprio non vi trovate e volete comprare gli assorbenti, vi beccate l’Iva al 22%, come sull’ultimo smartphone ultratecnologico. Secondo il capogruppo messinese, “siccome ci sono anche delle possibilità non inquinanti, come la coppetta e il pannolino lavabili. Poi lamentiamoci che l’inquinamento aumenta, che l’effetto serra… (si perdono le parole)”. Antonio Di Pietro, ospite anch’egli, e la conduttrice Gaia Tortora lo liquidano e passano oltre. Però il tema rimane.

Non è (solo) un tema specifico, anche se vale la pena ricordare che l’emendamento in questione prevedeva un abbassamento dell’Iva anche sulle famose coppette, dunque il capogruppo non sapeva di cosa parlava quando parlava, problema drammatico e comune al suo partito. È in realtà un tema generale, quello dell’ambientalismo fasullo, a orologeria, un giorno sì e l’altro no, solo e soprattutto quando serve a trarsi d’impaccio da una situazione complicata e contraddittoria. Si scomoda l’ambiente, si bofonchiano quattro sciocchezze sul cambiamento climatico (“Allora non lamentatevi per l’inquinamento!”) e ogni cortocircuito politico si risolve.

Il problema, in questo caso, non era la salvaguardia degli ecosistemi. Almeno non solo. Era la tassazione di un prodotto quotidiano, destinato a milioni di donne e che in molti Paesi d’Europa e del mondo gode di un’Iva molto bassa o nulla, alla pari di una scatola di caviale. La risposta doveva essere nel merito – trovare i soldi e magari incentivare eventuali metodi alternativi ed ecosostenibili – e invece è finita per muoversi nel solito pantano delle battaglie strumentali. Che uccidono senso e significato di quelle autentiche.

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