La giornata nazionale per le vittime dell’inquinamento non serve a niente

La giornata nazionale per le vittime dell’inquinamento non serve a niente

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L'istituzione di una giornata nazionale per le vittime dell'inquinamento ha una sua utilità oppure andrà ad alimentare la lunga lista di giornate nazionali?

Non che una giornata non se la meriterebbero, le migliaia di persone morte perché l’acqua delle falde della loro zona era infiltrata dalle peggiori pestilenze o l’aria intossicata da nanoparticelle provenienti da qualche sito mai bonificato che si sono tenuti sotto le finestre. Fra i tantissimi esempi mi viene da pensare non solo alla tristemente nota Terra dei fuochi e all’incidenza dei tumori in quel territorio (+46% di carcinomi maligni rispetto alla media del Meridione per gli uomini e +21% per le donne stando ai dati della Asl Napoli 3 Sud che copre 35 comuni coinvolti) ma anche a un caso più piccolo, che dà l’idea delle infinite insidie alle quali viviamo appesi: i 21 inquilini uccisi dai miasmi delle sostanze tossiche bruciate nella discarica di via Caldarola a Bari, quartiere Japigia. Bonificata troppo tardi rispetto alla chiusura: quest’ultima avvenne nel 1971, il processo di disinnesco di quei pericoli si concluse solo nel 1998.

Adesso risulta che il ministro dell’Ambiente Sergio Costa si sia dichiarato a favore di una Giornata nazionale delle vittime dell’inquinamento ambientale. Costa occupa una poltrona essenziale per l’Italia, Paese da un lato a fortissima vocazione turistica e dall’altro in ostaggio del crimine organizzato che riversa o inabissa nelle acque, sotterra nei terreni o disperde nell’aria il ricco flusso dei rifiuti, speciali e no, su cui ha costruito uno dei più floridi capitoli del proprio maledetto business.

Insomma, il generale della Forestale – che all’inizio degli anni Duemila ha guidato proprio le indagini sui rifiuti tossici interrati dal clan dei casalesi nella a cavallo fra Napoli e Caserta, ma si è occupato anche di discariche abusive e traffico internazionale di rifiuti – si dice d’accordo all’istituzione dell’ennesima giornata, stavolta dedicata ai morti da inquinamento: “Sostengo con convinzione la proposta di istituire la Giornata nazionale delle vittime dell’inquinamento ambientale il 25 febbraio” – ha detto il ministro a un programma radiofonico Rai – sono tante, purtroppo, le vittime, non solo i morti o gli ammalati ma anche i familiari e chi vive nei territori italiani inquinati, come ho avuto modo di constatare quando indagavo nella Terra dei fuochi”.

Al netto del doveroso omaggio di un Paese che, al pari di una rapina in casa in cui si rimanga uccisi o di un furto per strada in cui ci si fratturi un braccio, non ha saputo proteggere tanti concittadini, la domanda nasce rapidissima in queste occasioni: a cosa serve l’ennesima giornata nazionale? La sensibilità sul tema non è forse assoluta, ormai salita alle stelle? Lo stress dei cittadini sul tema dei rifiuti, della loro (mala)gestione, delle infiltrazioni mafiose nel lucroso circuito dello smaltimento, che quasi mai è smaltimento ma sarebbe meglio chiamare sfruttamento, non è forse ai livelli massimi negli ultimi anni? Non serve una giornata nazionale, servono azioni concrete. Da quelle piccole – basti pensare alla “Frigo valley” di Albuccione, appena fuori Roma, nel territorio di Tivoli, una distesa di carcasse sulle sponde dell’Aniene pronte a degradarsi nel terreno, nell’acqua e nell’aria – a quelle di sistema, come una differenziata che non decolla mai o un sistema dei trasporti pubblici che sia ovunque, davvero, efficiente. Anche sotto l’aspetto ambientale: pure le polveri sottili procurano patologie e morti premature.

D’altronde la sensibilità è cresciuta moltissimo proprio a causa della Terra dei fuochi, del dolore di migliaia di famiglie, dei bambini ammalati ma anche, più discretamente, nel pantano in cui sopravvivono metropoli come Roma, che in tanti anni non sono state in grado di darsi una strategia efficiente e neanche lontanamente paragonabile a quella dei Paesi più virtuosi d’Europa. E dove di roghi continuano a vedersene, perché la monnezza è come una miniera a cielo aperto: dall’ultimo accattone al più spietato dei boss, è una cascata di risorse che solo le amministrazioni pubbliche (le peggiori, ovviamente, non le virtuose) non riesce a vedere.

Costa ha anche detto che “spetterà al Parlamento approvare la proposta di legge sulla Giornata. Mi sembra importante non dimenticare e crescere come Stato, facendo rete e individuando una giornata di formazione. Il diritto al lavoro – ha concluso – deve andare di pari passo con la tutela della salute e dell’ambiente”.

Caro ministro, si potrà anche stabilire una nuova giornata nazionale dedicata a chi ha perso la vita per responsabilità dello Stato, spesso non in grado di tutelare il patrimonio e l’integrità delle risorse naturali. Ma ci lasci dire che non servirà a niente: il Paese ha bisogno di risposte chiare e di un piano straordinario di bonifiche. Oltre 6 milioni di italiani sono a rischio in 2.482 siti potenzialmente contaminati, distribuiti su tutto il Paese, con il record di 3.733 casi in Lombardia. Troppo per chi doveva cambiare tutto? Bene, iniziamo da quei 58 siti in cui l’inquinamento è considerato così grave da comportare un elevato rischio sanitario, quelli “di interesse nazionale” in cui vive la maggior parte di quei 6 milioni: cominci Costa a occuparsene, a far approvare il fondo unico per le bonifiche in modo da velocizzare le pratiche e le operazioni e a far spendere bene e rapidamente, “cantierando” gli interventi, tenendo fuori le mafie, usando i tre miliardi già stanziati negli anni dal suo ministero e da altri enti. Sarebbe il modo migliore per celebrare i troppi morti italiani da inquinamento.

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