La Cina mette all’asta il gas di scisto

La Cina mette all’asta il gas di scisto

Tutti pazzi per lo shale gas. Anche la Cina che non ha le competenze per estrarlo e chiama in aiuto le compagnie petrolifere estere. È una rivoluzione.

La febbre dello shale gas contagia anche la Cina. Con il suo centinaio di trilioni di metri cubi di gas di scisto (secondo le stime dell’UE) il sud est asiatico è una delle zone al mondo più ricche di questo idrocarburo non convenzionale e la Cina ha fretta di fare un bel po’ di fracking per tirarlo fuori. Ma non saranno i cinesi a trivellare in orizzontale: la Repubblica Popolare ha appena lanciato un’asta internazionale per trovare un partner tecnologico che la aiuti ad entrare nella fantomatica “golden age” dello shale gas.

In realtà si tratta della seconda asta: la prima, che si è svolta l’anno scorso, riguardava pochi piccoli giacimenti ed era riservata alle compagnie petrolifere cinesi. La novità, enorme per l’industria petrolifera mondiale, è che a quest’asta possono partecipare anche le compagnie straniere senza doversi necessariamente alleare con partner cinesi. Lo shale gas, quindi, segna l’apertura della Cina al mondo in questo settore.

E lo fa con un’asta pubblica, che porterà a fortissimi ribassi da parte delle big internazionali che non vedono l’ora di entrare nel mercato cinese. A qualunque costo. La Cina, fino a questo momento, non si è mostrata in grado di sviluppare da sola le sue riserve di idrocarburi non convenzionali e per tanto ha fatto di necessità virtù: si apre all’estero, ma gli deve convenire.

Per un vero e proprio boom cinese nel gas di scisto, però, servirà ancora tempo perché mancano ancora praticamente tutti i requisiti per ottenerlo. Innanzitutto delle analisi geologiche fatte bene: il sottosuolo cinese è complesso e non è facile dire con certezza cosa nasconda. Poi mancano le infrastrutture: una volta trovato il gas bisogna trasportarlo via tubo, che ancora non c’è.

Cosa spinge, allora, la Cina e cosa gli “stranieri” a buttarsi sullo shale gas? La Cina ha il problema del mix energetico: 80% a base di carbone, briciole per tutto il resto. In un’ottica di riduzione delle emissioni di CO2 lo shale gas potrebbe aiutare anche se non è affatto detto che il gas di scisto faccia bene al clima.

Le compagnie straniere ci guadagnano una terra vergine, tutta da conquistare, e un’economia pianificata dall’alto. Che non si cura dei possibili risvolti ambientali dello shale gas, che non ha paura dei terremoti e che non si stupisce della contaminazione delle acque. Un ambiente ideale per l’idrocarburo non convenzionale.

Fonti: Financial Times | National Geographic

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