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India: l’Alta Corte blocca i sacrifici animali nei templi induisti

India: l’Alta Corte blocca i sacrifici animali nei templi induisti

Fonte immagine: Pixabay

Uno stato dell'India vieta ufficialmente i sacrifici animali per le celebrazioni di una forma locale di induismo: non tutti, però, sono d'accordo.

Nello stato di Tripura, in India, è ufficialmente vietato sacrificare animali nei templi induisti. È quanto ha deciso l’Alta Corte di Agartala, così come riporta Il Secolo XIX, nel sentenziare su diverse cause in corso sin dal 2014. Secondo quanto deciso dai giudici, la pratica di uccidere animali a scopo di culto non più più essere ammessa.

Sebbene i sacrifici animali non siano pratica comune nell’induismo, permane in alcune popolazioni locali legate allo Shaktismo. Fra gli esemplari maggiormente coinvolti vi sono gli elefanti e le capre, che vengono uccisi a migliaia ogni anno per celebrazioni di stampo religioso. In seguito ad alcune controversie legali cominciate nel 2014, sulle quali le corti locali si erano già espresse, l’Alta Corte di Tripura ha ora vietato la pratica in tutto lo stato, allo scopo di tutelare il benessere degli animali.

I giudici hanno stabilito che l’usanza nei templi locali sia “una pratica di crudeltà contro gli animali”, ma non sono mancate le polemiche. Il provvedimento, infatti, riguarda unicamente la religione induista, mentre altre sono rimaste escluse: è il caso di quella musulmana, ad esempio con l’uccisione di capretti e agnelli alla fine del Ramadan. A questo scopo, sempre come specifica Il Secolo XIX, sarà necessario un intervento legislativo diretto da parte del parlamento, per modificare un corpo di leggi molto nutrito, in vigore sin dagli anni ’40 del secolo scorso.

L’India ha già da tempo deciso di investire su una maggiore tutela nei confronti degli animali. Oltre ad aver investito in riforestazione, e ad aver portato alla crescita del 30% della sua popolazione di tigri grazie a interventi mirati, qualche anno fa la nazione ha deciso di vietare completamente i test sugli animali per ragioni cosmetiche, sia per i prodotti interni che per quelli d’importazione.

Fonte: Il Secolo XIX

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