Incendi in Amazzonia: +196% rispetto al 2018

Incendi in Amazzonia: +196% rispetto al 2018

Fonte immagine: Greenpeace

Incendi in Amazzonia, +196% nel solo mese di agosto secondo quanto ha dichiarato Greenpeace.

Gli incendi in Amazzonia stanno compromettendo l’equilibrio del polmone verde mondiale. Un triste bilancio alla vigilia della Giornata globale di azione per l’Amazzonia, prevista per il 5 settembre e indetta dall’Articolazione dei Popoli Indigeni del Brasile (APIB). Prosegue in tal senso l’azione di denuncia di Greenpeace per quanto riguarda i roghi che devastano la foresta pluviale.

Secondo Greenpeace soltanto ieri sono stati rilevati, nella sola Amazzonia brasiliana, 385 incendi. Il totale dall’inizio del 2019 è di 94000 in tutto il Brasile e 48000 nella sola foresta amazzonica. Particolarmente negativo il dato di agosto, prosegue l’associazione, con un aumento dei roghi del 196% rispetto allo stesso mese del 2018.

L’APIB ha chiesto a tutti di mobilitarsi e di presentarsi domani dinnanzi ad ambasciate e consolati brasiliani, oltre che di fronte alle sedi delle società che in qualche modo traggono profitto dalla deforestazione che sta colpendo l’Amazzonia. Come ha sottolineato Martina Borghi, campagna foreste di Greenpeace Italia:

Siamo in uno stato di emergenza: non possiamo difendere il clima del Pianeta se non difendiamo le foreste. Ma in Brasile l’Amazzonia continua a bruciare per fare spazio ai pascoli di bestiame e in tutto il Sud America le foreste vengono distrutte per produrre quantità insostenibili di carne e colture destinate a diventare mangimi.

Nel mirino di Greenpeace anche l’Unione Europea, rea di aver promesso fondi contro gli incendi in Amazzonia, ma di essere di fatto tra i finanziatori (attraverso sussidi pubblici) del “sistema industriale di produzione della carne”. La stessa UE ha elaborato un Piano d’azione contro la deforestazione, sostiene l’associazione, che “non affronta i costi ambientali e umani delle proprie politiche commerciali e agricole”; l’effetto secondo gli ambientalisti è di continuare a permettere a poche multinazionali di approfittare di nuovi mercati senza tenere conto dei costi ambientali e climatici (citando come esempio i rischi legati all’accordo UE-Mercosur). Ha proseguito Borghi:

Chiediamo all’UE una riforma della Politica Agricola Europea (Pac) con misure efficaci per ridurre la produzione di carne, tagliando i sussidi pubblici alla produzione industriale di carne e utilizzandoli invece per una vera transizione verso metodi di produzione ecologica. Chiediamo inoltre una normativa in grado di garantire che i prodotti immessi sul mercato europeo non siano collegati alla deforestazione, al degrado delle foreste o alle violazioni dei diritti umani, e di assicurare che il settore finanziario non sostenga questa devastazione: oggi non è così.

Non esenti da colpe infine alcune note multinazionali, colpevoli di aver sottoscritto impegni contro la deforestazione e di averli puntualmente disattesi:

Per quanto riguarda il settore agroalimentare i fast food, ad esempio, utilizzano grandi quantità di materie prime agricole la cui produzione è fra le principali cause di deforestazione inBrasile. Inoltre, commercializzando grandi quantità di prodotti a base di carne nei mercati emergenti e in tutto il mondo, contribuiscono alla crescita della domanda mondiale di carne. Nonostante abbiano sottoscritto impegni di “Zero Deforestazione”, McDonald’s, Burger King, KFC e altre catene di fast food non stanno rispettando gli impegni presi.

Altri settori si sono dimostrati invece più recettivi: la VF Corporation, proprietaria di marchi come Timberland e The North Face, ha annunciato che sospenderà l’acquisto di cuoio dal Brasile fino a quando non contribuirà più ai danni ambientali del Brasile. Le società di investimento Nordea Asset Management, Storebrand ASA e KLP hanno annunciato l’avvio di attività per monitorare ed eventualmente limitare gli investimenti in Brasile.

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