Ilva di Taranto, si dimette il presidente Nicola Riva

Ilva di Taranto, si dimette il presidente Nicola Riva

Il presidente dell'Ilva di Taranto, Nicola Riva, si dimette e lascia il posto a un ex prefetto. L'indagine della magistratura continua.

Nicola Riva, nipote di Emilio Riva fondatore dell’Ilva di Taranto, si è dimesso dalla carica di presidente della società. La notizia è stata data dalla stessa Ilva, con uno stringato comunicato di poche righe:

Ilva SpA comunica che in data odierna il Rag. Nicola Riva ha rassegnato le dimissioni dalla carica di componente e Presidente del Cda.

Le dimissioni sono state accettate dal Consiglio che ha ringraziato il Rag. Nicola Riva per l’attività svolta e ha cooptato il Dott. Bruno Ferrante, il quale ha contestualmente assunto la carica di Presidente con i relativi potere.

Le dimissioni di Riva seguono a stretto giro quelle di Luigi Capogrosso, direttore dell’impianto siderurgico, che risalgono al 4 luglio. Ora lo stabilimento è in mano a Bruno Ferrante, ex prefetto di ferro di Milano nonché candidato a sindaco del centrosinistra della città meneghina alle scorse elezioni, quando ha sfidato Giuliano Pisapia.

A questo punto, con le dimissioni di Riva e Capogrosso, due dei cinque imputati nel processo contro l’Ilva, accusata di aver inquinato per anni l’aria, la terra e il mare di Taranto, escono dall’azienda. L’indagine, però, continua e si basa su una maxi perizia richiesta dai magistrati dalla quale emerge l’ipotesi accusatoria che le emissioni inquinanti dell’Ilva siano all’origine di ben 91 morti in media all’anno a Taranto.

L’Ilva, però, risponde con uno studio commissionato ad alcuni scienziati americani dal quale emerge che l’inquinamento a Taranto non è allarmante e che è molto difficile stabilire la correlazione tra emissioni, concentrazioni di inquinanti e morti e malattie.

Il problema vero, però, è un altro: l’Ilva da anni afferma di essere perfettamente in regola con i limiti delle emissioni di diossina, PCB, idrocarburi e altri inquinanti. E questo, forse, è anche vero perché per come sono fatte le leggi italiane sull’inquinamento è estremamente difficile che un’azienda venga condannata.

Comunque vada il processo contro i cinque manager dell’Ilva, quindi, è ormai chiaro che l’Italia ha bisogno di leggi moderne ed efficaci. Che i monitoraggi sugli inquinanti vengano condotti con metodologie scientifiche aggiornate e in campionamento continuo.

Al momento il campionamento continuo si può fare con tre differenti tecnologie, che offrono risultati diversi tra loro e nessuna delle tre è ancora riconosciuta come “standard” dalla legge italiana. E neanche da quella europea, che le adotterà tutte e tre nel 2013.

L’Ilva di Taranto, però, è lo stabilimento siderurgico più grande d’Europa e l’Italia avrebbe potuto guidare l’UE verso la stesura di norme tecniche e giuridiche sulle emissioni inquinanti invece di andare al rimorchio e aspettare che qualcun altro si accorgesse che sarebbe bene monitorare l’industria pesante.

, Ilva

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