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Greenpeace: ecco i gruppi industriali che inquinano di più l’Italia

Greenpeace: ecco i gruppi industriali che inquinano di più l’Italia

Greenpeace pubblica i dati sull'inquinamento da CO2 dei maggiori gruppi industriali italiani. Male l'Enel, ma i dati suggeriscono anche diverse valutazioni.

Greenpeace Italia ha dichiarato da un po’ di tempo guerra ad Enel. L’accusa, la conoscerete tutti, è quella di essere un’assassina del clima, grazie alle emissioni di CO2 che le centrali termoelettriche, soprattutto quelle al carbone, regalano ogni anno al nostro Paese ed all’intero ecosistema globale. Sappiamo anche come la prima società energetica italiana rigetti le accuse e stia valutando l’ipotesi di agire per vie legali contro l’associazione ambientalista.

Insomma è guerra vera, diversamente da quanto avvenuto in altre recenti campagne di Greenpeace dove gli obiettivi hanno fatto molta meno resistenza. Fra gli argomenti forti della propria battaglia, l’associazione ha da poco utilizzato una classifica delle emissioni CO2 dei maggiori gruppi industriali del Paese per il 2011. I risultato vedono, quantitativamente Enel ed in generale il settore energetico fare da padrone. L’altra grande big della classifica sarebbe poi la tanto discussa Ilva (come sorprendersi d’altronde?).

Eppure se proviamo a dare uno sguardo a questa tabella ci sembra che il dato davvero interessante sia un altro. Iniziamo dando uno sguardo al comparto energetico.

reparto combustione

Accanto alle emissioni registrate, la scheda considera anche quali sono quelle “assegnate”. E questo è un riscontro importante. Enel sfora 4,6 milioni di tonnellate la sua quota, a fronte di una produzione totale di 36,8. La Taranto Energia sfora di una quantità di CO2 estremamente vicina a quella della tanto vituperata concorrente, pur all’interno di una quota emissione generale neanche rapportabile. Inoltre, ci sarebbe da apprezzare il comportamento di aziende come EniPower, Edison, EdiPower e Polimeri Europa che in quanto ad emissioni stanno al di sotto delle loro quote assegnate. Di più, nonostante le pessime prestazioni di Enel e Taranto Energia, l’intero comparto energia sfora di appena 5 milioni di tonnellate.

Interessante poi osservare il riferimento agli altri comparti:

altri reparti

Se la raffinazione non vede nessun eccellenza (anzi Eni perde quanto guadagna a livello energetico), gli altri settori sembrano essere virtuosi, regalando addirittura all’Italia una quantità generale di CO2 emessa inferiore, anche se di poco, alle quote assegnate. Persino l’Ilva, quantitativamente uno dei peggiori killer del clima nel Paese, viene di fatto “promosso” da questa classifica.

Tutto ciò suggerisce, pur ringraziando Greenpeace per il lavoro svolto, di tenere un comportamento leggermente critico nei confronti dell’iniziativa. Innanzi tutto, è evidente come non si possa ridurre l’inquinamento atmosferico alla sola produzione di CO2 – nella lotta contro Enel, Greenpeace rischia di far passare in buona luce impianti che riversano veleni anche peggiori dell’anidride carbonica nella nostra aria. Inoltre, a livello energetico ci sembra che manchi un dato essenziale, quello del rapporto energia prodotta/emissioni. In mancanza di esso, qualsiasi classifica ci pare incompleta.

Detto questo, non possiamo esimerci dal far nostro l’appello perché le centrali a carbone in Italia vengano chiuse prima possibile. Ci chiediamo anche, però, se non sia troppo “allegra” la gestione delle quote di emissioni per impianto da parte dello Stato e se non sia il caso di iniziare una battaglia su questo fronte. Così, come c’è da chiedersi se non siano troppo leggere le penalità previste nei casi in cui un’azienda “sfori” le suddette quote.

Forse la potente e spettacolare macchina da guerra mediatica di Greenpeace, il cui lavoro ribadiamo essere sicuramente prezioso, dovrebbe in questo settore cercare di non semplificare una situazione decisamente complessa, come il rapporto produzione industriale / inquinamento. Non è possibile ridurre tutto alle quote di emissioni di un singolo agente inquinante da parte di una singola azienda. Ma la battaglia va forse cominciata a partire dalla gestione politico-istituzionale degli avvenimenti, chiedendo innanzi tutto regole precise e provvedimenti esemplari per chi non le rispetti.

A prescindere da tutto comunque l’epoca del carbone dovrebbe considerarsi conclusa e i gruppi industriali italiani dovrebbero assumere questo fatto ed adeguarvisi.

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