Greenpeace: basta trivelle, il Governo vieti l’airgun

Greenpeace: basta trivelle, il Governo vieti l’airgun

Fonte immagine: pixabay.com

Greenpeace chiede al Governo una norma che vieti la tecnica dell'airgun per la ricerca di idrocarburi: stop alle trivelle, troppi i danni all'ecosistema marino.

Continua a tenere banco la vicenda trivelle. Il lato pentastellato del Governo ha presentato nei giorni scorsi un emendamento per una moratoria di 3 anni per le attività di ricerca offshore di gas e petrolio che, però, ha suscitato malumori tra le file dell’altra forza di maggioranza, la Lega. Adesso sul tema interviene anche Greenpeace che chiama in causa direttamente il ministro dell’Ambiente Sergio Costa e il ministro dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio. L’associazione, che ritiene che il Paese debba puntare forte sullo sviluppo delle energie rinnovabili, chiede a gran voce una norma che vieti per sempre l’uso dell’airgun nei nostri mari. Una tecnica di esplorazione dei fondali marini per la ricerca di idrocarburi, colpevole di recare gravi danni all’ecosistema marino. «Se Di Maio e Costa sono davvero contrari alle trivelle e, come dichiarato a più riprese, non vorrebbero riportare l’Italia al Medio Evo economico e ambientale, facciano subito approvare una legge che vieti per sempre l’utilizzo degli airgun. È questo il modo più immediato ed efficace per allontanare per sempre la minaccia di nuove trivelle dai nostri mari», dichiara Giorgia Monti, responsabile della campagna Mare di Greenpeace Italia.

Come funziona l’airgun

La tecnica dell’airgun consiste nello sparare grandi quantità di aria compressa nelle acque marine per estrarre dati dal sottosuolo e capirne la composizione. Il problema è che ha diversi effetti collaterali: produce un fortissimo rumore che può provocare danni, spesso letali, alle specie che popolano l’ecosistema marino. In genere, per trovare un giacimento di idrocarburi, si impiegano decine di cicli di airgun, e per diverse settimane. Negli ultimi anni Greenpeace ha elaborato diversi studi (dall’Adriatico allo Ionio, fino ad arrivare allo Stretto di Sicilia) che hanno dimostrato i danni arrecati dall’industria petrolifera alle risorse ittiche, fondamentali per il settore della pesca. Generando così, non solo un danno alla biodiversità (cetacei, delfini, tartarughe…), ma anche un costo salato per i pescherecci del Mediterraneo.
“È ora che questa follia si concluda, non ha alcun senso continuare a bombardare il nostro mare per estrarre riserve limitate che non ci garantiscono nessuna indipendenza energetica, ma solo rischi ambientali ed economici”, continua Monti. “Chiediamo a chi in passato ha sostenuto la battaglia per fermare le trivelle, e che adesso è al governo del Paese, di agire in maniera coerente, vietando gli airgun. In mare nessuna area è idonea a questo tipo di attività”.

L’Italia punti sulle rinnovabili

Non c’è solo Greenpeace nella battaglia contro le trivelle. L’appello arriva anche da altre associazioni ambientaliste, tra cui figurano Wwf e Legambiente, impegnate nella promozione di pratiche più attente al benessere dei cittadini e alla tutela del patrimonio naturale.
La tesi sostenuta è chiara: se l’Italia vuole centrare l’obiettivo che si è prefissata con la ratifica dell’Accordo di Parigi (mantenere l’aumento della temperatura media globale entro i 2 gradi centigradi, facendo il possibile per restare nel target di 1,5 gradi centigradi) deve assolutamente fermare le attività di ricerca di idrocarburi e puntare forte sul settore rinnovabile. Le riserve di idrocarburi presenti sotto i fondali marini italiani “sono praticamente insignificanti per quanto riguarda il petrolio e appena poco più rilevanti per il gas naturale”, sostiene infine Monti.

 

 

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