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Gas di scisto: economico ma pericoloso per il clima secondo Greenpeace

Gas di scisto: economico ma pericoloso per il clima secondo Greenpeace

Gas, shale gas, carbone o rinnovabili? Cosa è meglio per la bolletta e cosa per l'ambiente? Il dibattito tra USA e Regno Unito.

Su entrambe le sponde dell’Atlantico si dibatte aspramente sullo shale gas, il gas di scisto che ha cambiato il mercato dell’energia americano tanto da entrare a pieno titolo nella campagna elettorale 2012 tra Obama e Romney.

Nel Regno Unito, a differenza degli USA, l’estrazione dello shale gas non è ancora permessa perché il Governo sta cercando di capire se sia pericolosa e se, in ogni caso, se sia utile alla politica energetica nazionale. Cioè, in poche parole, se il gioco vale la candela. I fautori degli scisti inglesi affermano che lo sviluppo di questo gas non convenzionale potrebbe far crollare il prezzo del metano spingendo le utilities dell’energia elettrica ad abbandonare il carbone. Con conseguente riduzione delle emissioni di CO2.

L’esperienza americana, però, non conferma la supposta neutralità nei confronti del clima dello shale gas. A differenza, invece, di quanto afferma l’Agenzia Internazionale dell’Energia nel suo recente report di maggio 2012:

Le emissioni di CO2 negli Stati Uniti sono diminuite nel 2011 di 92 milioni di tonnellate, pari all’1,7%, soprattutto grazie al passaggio dal carbone al gas nella generazione elettrica e ad un inverno eccezionalmente mite, che ha ridotto la domanda di energia per il riscaldamento.

Le emissioni USA sono scese di 430 milioni di tonnellate (-7,7%) dal 2006, la riduzione maggiore tra tutti gli Stati e Regioni. Questo cambiamento è derivato dal minore uso di petrolio nel settore dei trasporti (grazie ai miglioramenti dell’efficienza, ai prezzi alti del carburante e alla crisi economica che ha ridotto le percorrenze dei veicoli) e ad un sostanziale spostamento dal carbone al gas nel settore elettrico.

A fare le pulci a questi dati, smentendoli, ci ha pensato Greenpeace che in un contro-report mette in luce come in ciò che dice la IEA ci sia una cosa giusta ed una sbagliata: è vero che si è ridotto l’uso del carbone per produrre energia elettrica, ma non è vero che sia stato sostituito soprattutto dal gas. La IEA si è scordata delle energie rinnovabili.

Secondo i calcoli di Greenpeace, infatti, nel recente biennio 2010-11 l’elettricità prodotta in USA dal carbone è diminuita di 113 TWh. Ma quella prodotta dal gas è cresciuta di appena 29 TWh mentre quella prodotta da tutte le rinnovabili combinate è cresciuta di 92 TWh. Se consideriamo il periodo 2008-11, invece, la quota del carbone è scesa del 6%, quella del gas è salita del 3,3% e le rinnovabili del 3,6%. Ora, considerando che le rinnovabili producono poca o nulla CO2, è molto più probabile che la riduzione delle emissioni americane non sia dovuta allo “switch” dal carbone al gas ma all’incremento delle rinnovabili.

Cosa hanno da imparare gli inglesi (e anche gli altri europei) da questi dati? Che non esiste alcun miracolo ambientale legato al gas di scisto e che, se si vuole far scendere le emissioni, si deve puntare sulle rinnovabili in sostituzione del carbone senza cercare scorciatoie. Gli ultimi dati sulla produzione di energia elettrica nel Regno Unito, pubblicati ieri, mostrano come nel secondo trimestre del 2012 l’uso del carbone sia salito al 36,1% rispetto al 22,5% dello stesso periodo del 2011.

Il gas, invece, è sceso dal 43,7% al 29,8% a causa dell’aumento del prezzo. Se incrociamo questi dati con quelli americani e con quelli di Greenpeace esce fuori uno scenario per il mercato britannico e per quello europeo: lo shale gas, se va bene, può far scendere i prezzi della generazione elettrica ma non le emissioni di CO2. E, in ogni caso, non sarà mai economico come lo sporco carbone né efficace per la riduzione della CO2 come le pulite rinnovabili.

, Greenpeace, IEA, Governo UK

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