Fase 2 e sviluppo sostenibile: intervista ad Enrico Giovannini

Fase 2 e sviluppo sostenibile: intervista ad Enrico Giovannini

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Intervista ad Enrico Giovannini, membro della Task Force per la Fase 2, a cui abbiamo rivolto alcune domande sulla ripartenza green dell'Italia.

In tanti si aspettavano una Fase 2 all’insegna di una rinascita green, non solo in Italia. La convinzione di molti è che il mondo post coronavirus debba intraprendere con decisione la strada di un Green Deal, ma ad oggi non vi è una strategia tracciata né a livello globale né a livello nazionale.

Ecco perché abbiamo voluto rivolgere alcune domande al professor Enrico Giovannini, membro della Task Force sulla Fase 2, e attuale portavoce dell’ASviS (Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile), carica quest’ultima che rende la sua visione oltremodo interessante per capire quale sarà la strategia sostenibile pensata dal team di esperti guidati da Vittorio Colao.

Si è parlato tanto di un Green Deal post coronavirus, una ripartenza verde. Tuttavia nella cosiddetta Fase 2 non ci sono segnali in questo senso. La Task Force di cui lei fa parte sta lavorando anche in questa direzione?

Certamente sì, anche perché questa è la direzione in cui andranno gli ingenti fondi europei che dovranno sostenere le politiche di rilancio dell’intero Continente, Italia compresa. Ma il nostro Paese deve prepararsi a questa opportunità definendo il prima possibile progetti realmente “trasformativi” del nostro sistema socioeconomico, in grado di affrontare anche il tema delle disuguaglianze territoriali di cui il nostro Paese soffre.

Lei, fino all’arrivo di Donatella Bianchi del WWF, è stata l’unica personalità di spicco in campo ambientale nella Task Force guidata da Vittorio Colao. Qual è stato finora il suo ruolo?

Enrico Giovannini
Fonte: Wikipedia

Nella prima fase del lavoro abbiamo sviluppato un modello per affrontare il tema della riapertura delle attività economiche, la cosiddetta Fase 2, sulla cui base il Governo ha assunto le proprie decisioni. Non abbiamo raccomandato questa o quella scelta, ma abbiamo sviluppato uno schema logico, basato su dati quantitativi, che affrontasse le diverse dimensioni del problema. Dall’inizio di maggio siamo invece impegnati a definire proposte utili per la cosiddetta Fase 3, cioè quelle orientate alla trasformazione del nostro Paese a medio termine. Ovviamente, in tale ambito la prospettiva dello sviluppo sostenibile è stata assunta come obiettivo comune da parte di tutti i membri della Task Force.

Si parla molto di mobilità dolce ed elettrica come possibile futuro degli spostamenti in città in alternativa ai mezzi pubblici. Pensa che gli italiani possano diventare velocemente un popolo di ciclisti e utilizzatori di monopattini, anche grazie agli incentivi del Dl Rilancio?

Penso che le prime reazioni agli incentivi che il Governo ha messo per favorire la mobilità sostenibile individuale siano molto positive. Il costo ancora elevato delle biciclette elettriche, ad esempio, ha frenato scelte in questa direzione di tanti cittadini. La preoccupazione di usare i mezzi pubblici per i rischi di contagio e l’aumentata sensibilità degli italiani, soprattutto delle giovani generazioni, per i temi ambientali possono trovare ora maggiori opportunità per diventare scelte concrete a favore della mobilità sostenibile. Non dimentichiamo poi che le nostre città stanno cogliendo l’occasione della diffusione dello smart working per ripensare se stesse nella direzione della sostenibilità. E questa è un’occasione da non perdere, magari orientando a ciò i fondi che l’Unione europea metterà a disposizione dei suoi Stati membri.

Ogni anno 80mila italiani perdono la vita prematuramente a causa dell’inquinamento atmosferico, fatto di cui si parla pochissimo. L’Italia per quanto riguarda la qualità dell’aria è il Paese che è messo peggio in Europa, abbiamo bisogno di politiche che incidano sui fattori che generano quello che comunemente chiamiamo smog. Io credo che gli italiani non siano diversi dagli altri cittadini europei che utilizzano quotidianamente mezzi green per spostarsi, magari per andare al lavoro. La verità è che c’è un ritardo politico e culturale su questi temi. Per realizzare il processo di trasformazione delle nostre città servirà tempo, è vero, ma di sicuro non ci ricapiterà un’altra simile opportunità per riorganizzare spazi e spostamenti urbani.

La prima vittima illustre del coronavirus sembra il riciclo, soprattutto della plastica. L’usa e getta sta spopolando di nuovo e l’abolizione della plastic tax ha sancito questo trend. Che cosa ne pensa?

Il rischio di accantonare le misure che rientrano sotto al cappello del Green New Deal ci sono, e questi non rappresentano certo segnali incoraggianti. Qualcuno afferma che sia il caso di mettere da parte lo sviluppo sostenibile: niente di più sbagliato in questo momento. Prima di questa emergenza sanitaria nel nostro Paese persistevano forti livelli di disuguaglianze sociali, avevamo più di 110 miliardi di euro di evasione ogni anno e il 12% del Pil era fatto da attività irregolari. Inoltre, come detto, le nostre città sono inquinate e il capitale naturale è messo a dura prova dal consumo di suolo, dalla perdita di biodiversità e dai cambiamenti climatici. Non dobbiamo commettere gli stessi in errori del passato. Le risorse che si stanno mettendo in campo devono essere orientate a dare attuazione all’Agenda 2030, che anche questa volta rappresenta un faro da seguire.

Mai come oggi vi è una circolazione di false notizie. Uno delle fake più diffuse è la dannosità del 5G, utilizzato come canale di diffusione del virus. Vuole sgombrare il campo ai timori su questa tecnologia, anche dal punto di vista ambientale?

È vero, neanche la pandemia ci ha risparmiato da una produzione di massa di fake news, soprattutto in ambito scientifico, e quella sul tecnologia 5G e virus ne è un esempio. Non c’è alcuno studio che dica e dimostri che il 5G faccia da “carrier”, cioè sia in grado di trasportare il virus Sars-Cov2, ma la comunicazione, soprattutto via social, viaggia ormai così veloce che è difficile smentire sul nascere queste bufale, e così si propagano senza freni. Non a caso si parla di “Infodemia”, ma mi sembra che in pochi si stiano dedicando a sviluppare un vaccino efficace a questo flagello.

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