End of Waste: cosa c’è da sapere

End of Waste: cosa c’è da sapere

Fonte immagine: Photo by Bas Emmen on Unsplash

Di end of waste se ne parla spesso e si aspettano importanti leggi in merito: vediamo in breve a cosa fa riferimento.

All’ordine del giorno, ormai da tempo, c’è l’End of Waste, normativa sul trattamento dei rifiuti discussa in sede parlamentare e tanto attesa da quella parte del sistema Italia che intende puntare forte sull’economia circolare. Vediamo quali sono i punti chiave per capire meglio la questione.

End of waste: di cosa si parla? 

Se facciamo semplicemente riferimento al termine, allora il messaggio è immediato: fine dei rifiuti. In realtà, dietro la normativa si nascondono diverse sfaccettature di un argomento assai vasto.

Generalmente, in materia ambientale, il nostro Paese recepisce e adotta norme che arrivano dall’Unione Europea, è il anche caso dell’end of waste. Tutto nasce dalla direttiva quadro sui rifiuti 2008/98/CE dove si punta a ridurre al minimo gli impatti negativi su salute e ambiente generati da una cattiva gestione del rifiuto. La direttiva mira a far divenire un rifiuto una risorsa, un prodotto da essere riutilizzato e nuovamente immesso nel sistema economico, come specifica il seguente testo presente nel documento:

La direttiva stabilisce misure volte a proteggere l’ambiente e la salute umana prevenendo o riducendo gli impatti negativi della produzione e della gestione dei rifiuti, riducendo gli impatti complessivi dell’uso delle risorse e migliorandone l’efficacia.

In sostanza l’end of waste consente di attribuire ai materiali che vengono fuori dai processi di recupero lo status giuridico di materia prima vera e propria, permettendo di competere anche in termini economici.

Il ritardo nell’attuazione della normativa è fonte di lamentele da parte degli operatori di settore, poiché frena la realizzazione di uno strumento che ha il potenziale di generare effetti positivi per l’economia, per l’ambiente e dunque per la collettività.

End of waste: definizione di rifiuto

Per capire bene l’ambito nel quale ci muoviamo, potrebbe essere utile riportare la definizione generale di rifiuto previsto dalla Comunità Europea:

Qualsiasi sostanza od oggetto di cui il detentore si disfi o abbia l’intenzione o l’obbligo di disfarsi.

Inoltre, un rifiuto può essere prodotto dal comparto industriale nel corso di una lavorazione di un materiale, fermo restando che non è il risultato finale della fabbricazione.

Per smaltimento si intende:

La raccolta, la cernita, il trasporto, il trattamento dei rifiuti nonché l’ammasso e il deposito dei medesimi sul suolo o nel suolo; le operazioni di trasformazione necessarie per il riutilizzo, il ricupero e la separazione per o il riciclo dei medesimi.

Mentre per recupero:

Qualsiasi operazione il cui principale risultato sia di permettere ai rifiuti di svolgere un ruolo utile sostituendo altri materiali che sarebbero stati altrimenti utilizzati per assolvere una particolare funzione o di prepararli ad assolvere tale funzione, all’interno dell’impianto o nell’economia in generale.

La normativa end of waste offre la possibilità a una sostanza, diventata rifiuto, di poter essere sottoposta al processo di recupero che, una volta terminato, la farà tornare materia riutilizzabile nel settore industriale.

End of waste: l’importanza della “materia prima seconda”

Per aprire finalmente la strada del riciclo bisogna rispondere alla domanda: in che momento un rifiuto smette di essere considerato tale e diventa risorsa da poter impiegare in un nuovo processo?

L’Europa non ha fornito definizioni per ogni tipo di materiale, tocca al singolo Paese introdurre norme caso per caso. Bisogna lavorare sul tema per produrre una normativa trasparente e completa, per una maggiore chiarezza che potrebbe fare da traino all’intero settore dell’economia circolare, che farebbe bene a chi deve gestire il comparto rifiuti (come Comuni e Regioni) e a chi ha intenzione di investire nel recupero.

In pratica bisogna specificare quand’è che un rifiuto si trasforma in “materia prima seconda”: prodotto che acquista un valore economico e di conseguenza crea un mercato dove poter essere scambiato (sempre a patto che non arrechi danni né alla salute né all’ambiente, come specificato in precedenza).

La materia prima seconda rientra nella categoria dei sottoprodotti, questa la definizione data dall’Europa:

Una sostanza od oggetto derivante da un processo di produzione il cui scopo primario non è la produzione di tale articolo può non essere considerato rifiuto […] bensì sottoprodotto soltanto se sono soddisfatte le seguenti condizioni: è certo che la sostanza o l’oggetto sarà ulteriormente utilizzata/o; la sostanza o l’oggetto può essere utilizzata/o direttamente senza alcun ulteriore trattamento diverso dalla normale pratica industriale; la sostanza o l’oggetto è prodotta/o come parte integrante di un processo di produzione; l’ulteriore utilizzo è legale, ossia la sostanza o l’oggetto soddisfa, per l’utilizzo specifico, tutti i requisiti pertinenti riguardanti i prodotti e la protezione della salute e dell’ambiente e non porterà a impatti complessivi negativi sull’ambiente o la salute umana.

Tra i prodotti che aspettano con più urgenza i decreti troviamo: scarti da costruzione demolizione, plastiche miste, carta da macero, assorbenti per la persona, oli di frittura, ceneri di altoforno e rifiuti da spazzamento. Parliamo del 33% dei rifiuti totali prodotti nel nostro Paese ogni anno e l’end of waste semplificherebbe di molto le pratiche per il loro riciclo.

End of waste e il pacchetto per l’economia circolare

Tutto va visto anche nell’ottica di raggiungimento di determinati obiettivi stabiliti in Europa. Lo scorso 18 aprile l’Europarlamento ha deliberato i nuovi target per il settore del riciclo con il “pacchetto per l’economia circolare”.

La direttiva, in generale, prevede entro l’anno 2025 un quantitativo di rifiuti domestici e urbani avviati a riciclo pari al 55% (quota destinata a crescere nel corso del tempo fino al 60% nel 2030 e al 65% nel 2035). Nello specifico, rispetto al 2025 e al 2030:

  • carta e cartone dovranno raggiungere rispettivamente quote di riciclo pari al 75% e 85%
  • la plastica il 50% e poi il 55%
  • il vetro 70% e 75%
  • il packaging dovrà essere riciclato prima del 65% e poi del 70

Inoltre, entro il 2035 al massimo una quota pari al 10% dovrà finire in discarica. Qui il nostro Paese ha molto da lavorare: ancora oggi ne conferisce il 28%.

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