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Ecotassa sugli aerei, l’ennesimo balzello dell’ambientalismo di facciata

Ecotassa sugli aerei, l’ennesimo balzello dell’ambientalismo di facciata

Trasporto aereo nel mirino degli ambientalisti, ma quanto è giusta tale lotta e quanto rimanda a una sorta di ambientalismo di facciata?

C’è uno strano clima rispetto ai viaggi in aereo. Una forte opposizione che in Svezia, patria della 16enne attivista ambientalista Greta Thunberg, ha preso una connotazione specifica: la “flygskam” o “smygflyga”, cioè la “vergogna di volare” o la volontà di “farlo in segreto”. Il punto di partenza, com’è chiaro, è la considerazione che spostarsi in treno anziché volare inquini meno e dunque alleggerisca il peso sull’ambiente. In realtà le stime sull’impatto del comparto dell’aviazione civile, pure in continua crescita per la voglia di viaggiare di persone prima molto più stanziali per esempio da alcuni Paesi che stanno vivendo un rapido sviluppo della classe media, sembrerebbero piuttosto contenute: nel complesso, gli aerei produrrebbero fra il 2 e il 5% dei principali gas serra, responsabili del riscaldamento globale. Agli allevamenti intensivi, solo per fare un esempio, si deve ben il 18% delle emissioni e il 65% di quelle di ossido di azoto.

Annusata l’aria, molte compagnie stanno riposizionando la propria comunicazione, ma anche ricalibrando alcune delle scelte strategiche, proprio in quest’ottica. Parliamo di gestione più efficiente degli aeromobili e delle rotte, operazioni a terra e in volo più sostenibili, biocarburanti, packaging compostabile o biodegradabile e così via. Klm ha addirittura lanciato una campagna, battezzata “Fly Responsibly”, che pare darsi la zappa sui piedi: vi si domanda provocatoriamente alle persone se abbiano davvero bisogno di volare, chiedendo loro – accade sul sito internet della compagnia – se si siano interrogati su un’alternativa possibile al biglietto aereo. Anche se, a ben vedere, infila la controversa (per il vettore) domanda in un approccio più ampio che oltre alle scelte di Klm coinvolge anche il passeggero nella lotta contro i cambiamenti climatici. Magari alleggerendo il bagaglio. Come ha spiegato il CEO del vettore, Pieter Elbers, in una comunicazione a tutti i clienti:

È una cosa che ci riguarda tutti lavoriamo sodo per fare le cose nel modo giusto, ma tutte le parti coinvolte devono unire le forze per creare un futuro sostenibile. Tutti i protagonisti dell’industria dell’aviazione, tutte le aziende in qualsiasi industria. Sì, anche tutti i viaggiatori.

Altro tassello di questi giorni è l’ecotassa imposta dal governo francese per bocca della ministra dei Trasporti Elisabeth Borne: a partire dal prossimo anno i biglietti aerei saranno gravati da un balzello che varierà da 1,50 a 18 euro (1,5 e 9 per i voli in economy e business interni ed europei e 3 e 18 per gli omologhi, ma extra-UE). Sarà applicato sui voli in partenza dalla Francia, fatta eccezione per quelli verso la Corsica, i territori francesi d’Oltremare e le corrispondenze aeree. Esempio: Parigi-Roma sì, Roma-Parigi-New York no. La misura sarà inserita nella prossima finanziaria e verrà applicata a tutte le compagnie aeree.

A quanto pare dovrebbe portare alle casse dello Stato un totale di 182 milioni di euro già a partire dal 2020. Fondi che, ha detto Borne, saranno usati per investimenti in infrastrutture di trasporto meno problematiche dal punto di vista ambientale, a partire dalle ferrovie. Peccato che l’intera faccenda – non tanto l’ecotassa in se, quanto l’improvviso ostracismo per i voli – mescoli pere e mele e rischi di alimentare un ambientalismo un po’ troppo di facciata. Un rischio da cui occorre guardarsi, specialmente in questo periodo in cui servono invece scelte sistemiche e non di propaganda.

Le ragioni? Be’, se è sacrosanto chiedere alle compagnie di ripensare completamente il proprio fabbisogno energetico, di riorganizzare la gestione dei bestioni dei cieli, di impostare una reale transizione anche per gli aspetti minimali come stoviglie o confezioni a bordo, di diminuire i consumi e valutare il ricorso ai biocarburanti non controversi (quelli, cioè, provenienti dai cicli di riutilizzo e non dall’uso di risorse vegetali per la coltivazioni delle quali vengono magari sottratti ettari ed ettari di terreni e stuprate colture storiche).

Tutto giusto. Però proporre il treno come alternativa all’aereo, così, senza ragionarci, tout court, è una semplificazione da poveri illusi e pure un po’ da fanatici. Primo perché non sono mezzi del tutto sovrapponibili sia per i luoghi di partenza e arrivo – non ovunque si può andare in treno, da non tutti i posti ci si può imbarcare su un convoglio – che per gli stili di vita e le disponibilità delle persone. Non siamo tutti Greta Thumberg e non possiamo permetterci di impiegare una settimana per attraversare l’Europa o di imbarcarci su un mercantile per visitare la Cina o New York, magari con un neonato al seguito.

Senza dubbio ripensare alcune scelte – una vacanza in treno, un approccio diverso, la rinuncia a un viaggio di lavoro superfluo – può avere un senso. Soprattutto personale, non certo sistemico. Rischiamo cioè ancora una volta di rimanere nell’ambito dell’etica individuale e non cambiare una virgola della situazione complessiva dei gas serra, specie in un settore che già incide in maniera marginale e che avrebbe bisogno di altri percorsi per farsi meno pesante.

Secondo elemento: più che puntare sull’ennesimo balzello – i cui proventi, per inciso, dovrebbero essere gestiti con trasparenza e impiegati davvero per l’ambiente e non in contrapposizione ma in piena armonia intermodale – non sarebbe più sensato imporre per legge alle compagnie aeree determinati requisiti di impatto ambientale? Stabilire quote energetiche pulite e impedire il mercimonio di certificati verdi, promuovere l’impiego di biocarburanti di certa origine in una specifica e crescente percentuale, spingere il rinnovo delle flotte e il loro efficientamento periodico (abbiamo in servizio sui cieli europei velivoli vecchi anche di trent’anni) e applicare le medesime logiche agli aeroporti e a tutto l’indotto dell’aviazione civile? Al contrario, si riduce sempre tutto ai soldi, spillati per giunta ai passeggeri e quindi intervenendo nelle loro scelte di libertà individuali, anziché intervenire sulla disciplina dei vettori. Greenwashing politico o poco più.

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