Economia carceraria e sostenibilità: il caso di Vale La Pena Pub & Shop

Economia carceraria e sostenibilità: il caso di Vale La Pena Pub & Shop

Fonte immagine: Redazione

La sostenibilità a Roma ha una nuova casa grazie a economia carceraria e a Vale la pena Pub & shop.

In via Eurialo 22, nel cuore dell’Alberone, quartiere romano che si sviluppa tra l’Appia e la Tuscolana, due tra le più importanti e trafficate vie consolari della Capitale, vive una realtà che con costanza e dedizione ha dato vita a un importante progetto di carattere sociale: Vale La Pena Pub & Shop.

Nato per volere di Paolo Strano, fondatore di Semi di Libertà Onlus, associazione votata al reinserimento nel mondo lavorativo degli ex detenuti o ancora in libertà vigilata, Vale la Pena Pub e Shop è il primo esercizio fisico in Italia basato interamente sull’economia carceraria.

A raccontarci il progetto e la sua evoluzione negli anni che ha forti connotazioni sostenibili e a basso impatto ambientale sono i tre gestori attuali: Veronica, giornalista professionista specializzata in comunicazione istituzionale, che collabora in qualità di volontaria, Oscar La Rosa, fondatore di Economia Carceraria ed ex volontario della Onlus e Massimo, responsabile della cucina.

Tre anime con passato, background e formazione differenti ma tutte accomunate da un unico obiettivo: combattere la recidiva di chi torna in libertà ma non ha reali strumenti per un corretto reinserimento nella società, in primis un impiego regolare. A oggi i dati che i tre gestori ci comunicano sono impressionanti: solo il 30% degli ex detenuti può davvero considerarsi tale e ricominciare a vivere, il rischio di recidiva e di ritorno a commettere illeciti è davvero molto elevato.

Percentuale destinata ad aumentare se già durante il periodo di reclusione viene insegnato a chi sconta la pena un mestiere e la relativa etica che ne deriva, quasi a voler confermare l’antico detto che il lavoro nobilita l’uomo e lo rende libero, aggiungiamo noi. Non può essere altrimenti dal momento che l’articolo 1 della nostra Costituzione (e le magliette che i ragazzi vendono nel pub) recita a chiare lettere che “l’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro”, fondamento che, però spesso, tendiamo a dimenticare. L’economia carceraria e Vale La Pena Pub & Shop fanno bene, quindi, per più di un motivo: in primis permettono al detenuto di imparare una professione che diverrà il suo punto di forza una volta che tornerà in libertà. Molti di loro continuano a lavorare nelle cooperative che hanno investito nel progetto ma tanti altri vanno avanti per la propria strada, potendo contare su un know-how che diventerà un asset su cui puntare.

Come logica conseguenza la possibilità di recidiva si abbatte e si immette nella società una forza lavoro pulita, regolare e in grado di pagare le tasse facendone beneficiare la società intera. Forse non tutti sanno che il costo sostenuto dai cittadini per le carceri si riferisce solo allo stabile e al personale, mentre è il detenuto che deve far fronte alle  spese quotidiane per la propria permanenza in galera. Quando si esce, prima o poi, bisogna pagare le spese di mantenimento, emesse con una cartella esattoriale da Equitalia Giustizia. E nel caso in cui non si lavori durante la propria detenzione, cosa succede? Difficoltà o resistenza nel trovare un lavoro regolare, perché in automatico scatta una trattenuta sullo stipendio e, soprattutto, la possibilità di tornare a vecchi schemi mentali e modus operandi che, nella maggior parte dei casi, lo riporteranno a delinquere. Bando ai buonismi, però, come sottolinea spesso Veronica durante la nostra chiacchierata: non tutti, a prescindere, sono propensi e pronti a mettersi in discussione e nel pub viene data una possibilità solo a chi ha davvero voglia di lavorare con impegno e determinazione.

 

Vale La Pena Birra

Insomma l’esser stati detenuti non è né un valore aggiunto né una diminutio; ciò che conta è solo chi si vuole essere e cosa si vuole fare della propria vita. Anche perché le produzioni che hanno il marchio di Economia Carceraria sono quasi tutte legate al cibo e si basano sull’utilizzo di materie prime eccellenti che richiedono cura, perizia e pazienza, giocando per quest’ultima caratteristica sul concetto di tempo che in carcere assume un altro significato. Tutto ciò fa sì che vi sia un’attenzione spasmodica al particolare e alla perfetta integrità del prodotto finale, privilegiando la filiera corta e una modalità di lavoro assolutamente artigianale anche per un limite stesso imposto dalla legge di far entrare macchinari in carcere che impedirebbero la partenza del progetto. La salubrità dei prodotti e la relativa artigianalità è testimoniata dall’etichetta stessa, che contiene solo ingredienti naturali e scadenze brevi (3, 9 e 12 mesi; con l’eccezione dei 24 mesi per caffè e tisane) a riprova del fatto che è bandito ogni tipo di conservante e che è salvaguardato tutto il processo di sostenibilità e filiera breve.

A seconda della regione aderente al progetto di economia carceraria, l’ingrediente protagonista cambia  facendo della località di origine il punto di forza e il proprio vessillo alimentare: grissini a Torino, taralli a Trani, frutta secca e biscotti alle arance in Sicilia. Completa il tutto un marketing accattivante che gioca sulle etichette tra il concetto di prodotto libero e quello in “manette” come ad esempio testimoniano i brand “Cotti in Fragranza” o “Farina nel Sacco” tanto per citarne un paio.  Tutti questi prodotti trovano spazio tra gli scaffali dello shop Vale La Pena e sono destinati alla vendita e all’utilizzo stesso della cucina diretta da Massimo, che, nella spesa quotidiana e nella sua offerta alimentare, non dimentica mai la stagionalità e il basso impatto ambientale da rispettare. Vietati in maniera categorica tutti quegli ingredienti che abbiano conservanti o che non sposino la filosofia del progetto e che non si armonizzino con la creazione di piatti pensati per l’abbinamento con la ricca offerta di birre servite nel locale: come ad esempio il“birramisù”, la sua ultima invenzione, che vuole i savoiardi inzuppati nella Chicca, una birra dolce e a bassa gradazione alcolica prodotta nel carcere di Salluzzo e che crea dipendenza immediata: l’unica ammessa qui.

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