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Delfini, tartarughe e gli altri: perché bisogna punire chi si fa i selfie con gli animali selvatici

Delfini, tartarughe e gli altri: perché bisogna punire chi si fa i selfie con gli animali selvatici

Fonte immagine: iStock

Sempre più frequenti le sevizie, anche in buona fede, specie in spiaggia, ma dove non arrivano sensibilità ed empatia dovrebbe arrivare la legge

Ogni giorno un animale selvatico si sveglia e sa che dovrà vedersela con un essere (sub)umano che lo molesterà per farsi un selfie, meglio se corredato da un video brutto e mosso che lo ritrae mentre si scatta la foto o lo usa come fondale per scatti a raffica. Mettendone a rischio la vita. L’ultimo fatto è avvenuto sulla spiaggia libera di Marina di Ginosa, a Taranto, dove un bagnante ha di fatto “sequestrato” per diversi minuti una tartaruga Caretta caretta, sollevandola perfino dall’acqua e raccogliendole intorno il solito capannello di curiosi. L’animale, che si trovava non lontano dalla riva probabilmente per cibarsi vicino a una boa e in una posizione utile per regolare la temperatura corporea, è stata avvicinata dall’uomo, soccorritore improvvisato che ha pensato di controllare se avesse ingerito della plastica e ha poi inteso favorire una foto a quanto pare a una ragazza disabile, tutto nel parapiglia generale. Per fortuna, alla fine, il rettile (per giunta a rischio estinzione) è riuscito a riprendere il largo. E a lasciarsi dietro l’idiozia umana che troppe volte, perfino quando è in buona fede, caratterizza il rapporto ormai compromesso che abbiamo con la vita selvatica.

“Quell’esemplare era quasi sicuramente in posizione sunning, prendeva il sole in superficie per riscaldare il proprio corpo. Non bisogna mai toccare gli animali in acqua. Se sembrano in difficoltà bisogna chiamare immediatamente la Guardia costiera o il Wwf” ha spiegato Gianluca Cirelli, veterinario tra i responsabili del Wwf di Policoro. Ma davvero abbiamo bisogno che il Wwf o altre associazioni ci ricordino i comportamenti da tenere? Per giunta, le regole sono semplicissime: se la situazione ci appare tranquilla, limitarci a osservare senza toccare né compromettere in alcun modo gli animali e il contesto in cui vivono. Se, al contrario, quanto vediamo ci impensierisce, è sufficiente chiamare le autorità. Fine. Vale nei boschi come nelle lagune, in mare come nei laghi o nelle pianure. Bisogna ricacciare indietro l’Indiana Jones o il Bear Grylls che vive nelle nostre anime urbane.

Uno dei casi più dolorosi è stato senza dubbio quello di un paio di estati fa in Spagna, a Mojácar. Quando un cucciolo di delfino, non si sa se morente o già senza vita, venne di fatto seviziato e profanato dalla solita orda di imbecilli per farsi foto e video, spesso – come nel caso di alcuni bambini – ostruendone anche lo sfiatatoio. “Molte persone non riescono a sentire l’empatia per un essere vivente spaventato, affamato, senza la madre e terrorizzato – scrisse il portavoce dell’associazione Equinac, Manu Rodríguez – nel loro egoismo, tutto quello che vogliono è fotografare e toccare queste creature del mare, anche se l’animale è in preda a un forte stress”. O, come in quel caso, è praticamente morto. Il punto è che dove non arrivano sensibilità ed empatia dovrebbe arrivare lo Stato e la sua missione di tutela della fauna selvatica. Identificando i responsabili tramite le loro stesse foto e i video e multandoli ferocemente. E magari immaginando nuove e più specifiche fattispecie di reato.

Non era la prima volta. Nel gennaio precedente un cucciolo di delfino a San Bernardo del Tuyù, in Argentina, era invece senz’altro morto a causa della solita, stupida calca da selfie, delle carezze e del tocca tocca generale. Venne tirato fuori dall’acqua e preso in braccio come un bambino o un cagnolino. Stesso copione un anno prima, nel febbraio 2016, sempre ai danni di un delizioso mammifero marino. Le foto sono raggelanti, fanno davvero venire il voltastomaco perché segnalano con plasticità disarmante una commistione che non dovrebbe esistere. Cioè tutta la distanza che c’è fra il rispetto che si dovrebbe a creature così fragili, e ai loro ecosistemi, e l’atteggiamento circense generalizzato del solito capocomico che combina l’omicidio. Anche in quel caso il tempo trascorso tra le braccia delle persone, lontano dall’acqua e sotto il sole battente, condannò il piccolo a morte.

Si potrebbe andare oltre, infittendo la lista di sfregi, mancanze di rispetto per la vita animale, morti e mutilazioni dolose o volontarie. Senza contare tutte quelle che rimangono evidentemente prive di documentazione. Per non parlare, ovviamente, dei selfie-trofeo con leoni e simili animali della savana, l’ultimo in Sudafrica ad opera di due “cacciatori” canadesi che si baciano dopo la finta cattura (il più delle volte non c’è alcuna caccia reale, le bestie sono stordite o rinchiuse in piccoli recinti per favorire anche il più brocco degli sparatori, basta vedere un bel film come “Mia e il leone bianco” per capire come funzioni quell’orrido business). Spesso gli animali selvatici più pericolosi (elefanti, orsi, pitoni) uccidono gli sciocchi umani che tentano di avvicinarli insensatamente per un selfie o qualche altra evoluzione da ipertrofismo digitale. Per fortuna, si direbbe se non ci fosse una vita umana in meno, ricollocano le cose al proprio posto.

Se però la pericolosità degli animali non basta a tenerci a debita e dovuta distanza, le scene più frequenti sono appunto quelle simili a Taranto o a Mojácar. Servono le leggi, ovviamente, e serve spingersi finalmente oltre l’indignazione da social network: le autorità devono muoversi, analizzare i contenuti, ascoltare i presenti e indagare sulla morte di un esemplare alla pari che per la morte di un essere umano. Allo stesso tempo, in epoca di sostenibilità ambientale, di crisi ecologica con migliaia di specie a rischio e di parallela lontananza quotidiana dagli equilibri naturali, bisogna spingere sulla cultura e l’educazione ambientale. A scuola, come materiala se stante, slegata dalle altre, ma anche in famiglia. Con esempi campali in casi di omicidi come quelli che abbiamo visto ma anche negli infiniti casi di maltrattamenti sugli animali da compagnia.

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