Coronavirus, SARS e MERS: confronto e cosa hanno in comune

Coronavirus, SARS e MERS: confronto e cosa hanno in comune

Fonte immagine: Pixabay

SARS, MERS e 2019-nCoV hanno molte similitudini: sono tutti coronavirus respiratori, causano polmoniti e la loro origine arriva dagli animali.

La diffusione del nuovo coronavirus 2019-nCoV, l’epidemia che ha colpito soprattutto l’area di Wuhan in Cina, continua a destare preoccupazione. Il numero di contagi aumenta velocemente e, nonostante una mortalità più ridotta rispetto a infezioni simili, è ancora al vaglio degli esperti la ricerca di una cura efficace. Ma quali sono le analogie tra questo nuovo coronavirus e le precedenti SARS e MERS, due epidemie scoppiate in passato?

Tutti coronavirus

Nonostante nelle ultime settimane il termine coronavirus sia divenuto sinonimo dell’infezione di Wuhan, si tratta in realtà di una descrizione generica. Per coronavirus, infatti, si intende un genere di virus a RNA appartenenti alla famiglia dei Coronaviridae: a oggi ne sono conosciuti decine di esemplari. Il primo fattore in comune tra 2019-nCoV, SARS e MERS è proprio il fatto di essere tutti coronavirus.

I coronavirus sono stati scoperti negli anni ’60, studiando il comune raffreddore: questo diffuso e innocuo disturbo, infatti, è proprio dovuto all’azione di vari coronavirus. Nella maggior parte dei casi, questi virus coinvolgono soprattutto gli animali, dove risultano abbastanza diffusi. Esistono però sette ceppi che possono contagiare l’uomo, con effetti assai differenziati:

  • HCoV-229E;
  • HCoV-OC43;
  • HCoV-NL63;
  • HCoV-HKU1;
  • SARS-CoV (Severe Acute Respiratory Syndrome Coronavirus);
  • MERS-CoV (Middle East Respiratory Syndrome);
  • 2019-nCoV (Coronavirus di Wuhan).

SARS, MERS, e 2019-nCoV condividono inoltre molte similitudini, dai sintomi causati nei pazienti alle modalità di diffusione, sebbene la loro mortalità risulti invece abbastanza diversa.

SARS e MERS

Coronavirus Wuhan

La SARS rappresenta la prima e più preoccupante diffusione nell’uomo di una sindrome respiratoria potenzialmente letale, determinata da un coronavirus. L’epidemia ebbe origine in Cina nel 2002, nella provincia del Guangdong. Il virus fu identificato dal medico italiano Carlo Urbani e l’epidemia ebbe un’estensione dal novembre del 2002 al luglio del 2013. In totale vi furono 8.098 casi a livello mondiale, coinvolgendo 17 Paesi pur rimanendo prevalente in Cina e Hong Kong, per un totale di 774 decessi.

Con un tasso di mortalità del 9.6%, quindi abbastanza elevato, l’infezione si caratterizzò per gravi polmoniti, accompagnate da febbre alta, dolori muscolari, difficoltà respiratorie, tanto da rendere spesso necessaria la ventilazione artificiale. Studi successivi hanno dimostrato come il coronavirus in questione si sia sviluppato dai pipistrelli e poi negli zibetti, da cui potrebbero aver fatto il salto di specie all’uomo. Il contagio avviene entrando in contatto con persone malate, a distanza ravvicinata, la via d’accesso all’organismo è rappresentata da bocca, naso e occhi, mentre l’incubazione è di circa 10 giorni

La MERS è sempre una sindrome respiratoria scatenata da coronavirus, molto simile alla SARS ma decisamente più pericolosa: il suo tasso di mortalità è stato del 34%. Il primo caso venne identificato nel settembre 2012 a Jeddah, in Arabia Saudita e, nonostante l’elevata letalità, fortunatamente l’infezione non ebbe modo di diffondersi eccessivamente. Furono infatti 424 i casi registrati in tutto il mondo, di cui 131 deceduti. Proprio come nel caso della SARS, anche per la MERS il coronavirus si è sviluppato negli animali: si ipotizza in particolare dai pipistrelli, i quali contaminavano i datteri con le loro feci, ma anche dai cammelli. Le modalità di contagio sono molto simili a quelli della SARS e del virus 2019-nCoV – il contatto ravvicinato con pazienti infetti, tramite l’accesso di bocca, naso e occhi – ma nel 2012-2013 venne anche consigliato di evitare cibi poco cotti e frutta o verdura non sufficientemente lavate. L’incubazione è di circa 12 giorni.

2019-nCoV

Raffreddore

Il 2019-nCoV, conosciuto anche come coronavirus di Wuhan, si è diffuso tra il dicembre del 2019 e il gennaio del 2020 nella sopracitata città, nella Cina centrale. L’infezione pare possa avere avuto origine dal locale mercato ittico – un “wet market” dove risultavano presenti moltissimi animali selvatici vivi, dai lupi agli zibetti, in condizioni igieniche non eccellenti – per poi diffondersi velocemente. Tra i tre elencati coronavirus elencati, il 2019-nCoV sembra essere il più contagioso: al 10 febbraio 2020, le persone coinvolte sono 40.700 – di cui 40.262 in Cina – per circa 910 decessi in tutto il mondo. Sebbene i dati non siano ancora definitivi, poiché è necessario attendere il picco epidemico, si può stimare una minore mortalità rispetto a SARS e MERS: probabilmente del 2%.

I sintomi sono simili proprio a quelli di SARS e MERS: il coronavirus 2019-nCoV causa febbre, dolori muscolari, mal di gola e difficoltà respiratorie, che possono evolvere in pericolose polmoniti. Al momento non esiste una cura specifica, anche se al vaglio vi sono dei trattamenti sperimentali a base di antivirali, tuttavia la maggior parte delle persone sembra riuscire a superare autonomamente l’infezione. Il contagio avviene per contatto diretto con persone colpite, sempre tramite bocca, naso e occhi, mentre l’incubazione potrebbe essere compresa tra i 14 e i 21 giorni.

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