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Coronavirus, riaprono i mercati di animali vivi in Cina: è polemica

Coronavirus, riaprono i mercati di animali vivi in Cina: è polemica

Fonte immagine: Ventz via iStock

Riaprono in Cina alcuni mercati specializzati nella vendita di animali vivi, sebbene si ritenga siano la causa più probabile del coronavirus.

Riaprono alcuni mercati di animali vivi in Cina e scoppia la polemica a livello internazionale. Nonostante la comunità scientifica abbia rinvenuto proprio nei cosiddetti “wet market” l’origine del nuovo coronavirus 2019-nCoV, divenuto ben presto pandemia, il lento ritorno alla quotidianità nella Repubblica Popolare starebbe riportando in vita delle pericolose abitudini. E sebbene il divieto alla commercializzazione di animali non sia stato ancora rimosso dalle autorità locali, i commercianti sembrano aver trovato modalità creative per eludere i controlli.

La denuncia arriva dal Mail On Sunday e da altre testate britanniche, attraverso la testimonianza di alcuni corrispondenti in Cina. In diversi luoghi del Paese sarebbero tornati in attività dei mercati di selvaggina viva, tanto che sarebbe stata confermata la vendita di esemplari come pipistrelli, serpenti, cani, gatti e varie specie esotiche. Per eludere i controlli, vi sarebbero guardie private che impedirebbero ai visitatori di scattare fotografie o girare filmati. Così spiega un testimone a Dongguan:

I mercati sono tornati operativi nello stesso identico modo antecedente al coronavirus. L’unica differenza è la presenza di guardie private che cercano di impedire di scattare fotografie a chiunque.

Così come accennato in apertura, gli scienziati ritengono che il nuovo coronavirus possa aver avuto origine proprio nei wet market, come peraltro già accaduto in passato con altre pericolose infezioni, come la SARS. L’attuale pandemia sarebbe scaturita dal mercato ittico di Wuhan, chiuso dall’inizio di gennaio, dove venivano normalmente custoditi esemplari come volpi, serpenti, pipistrelli, pavoni, lupi, zibetti, pangolini, ratti e molti altri ancora. Questi animali si trovavano chiusi in sovraffollate gabbie e venivano privati delle più basilari norme igieniche: lo stretto e forzato contatto, unito a un ambiente non salubre, avrebbe favorito il salto di specie del coronavirus dagli animali all’uomo.

Fonte: Washington Examiner

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