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Coronavirus: i gatti si infettano, ma il contagio umano appare remoto

Coronavirus: i gatti si infettano, ma il contagio umano appare remoto

Fonte immagine: Pixabay

Uno studio cinese svela come i gatti possano essere contagiati da coronavirus, ma l'eventualità sarebbe remota e poco pericolosa per l'uomo.

I gatti possono essere colpiti dal nuovo coronavirus, ma sembra non siano un veicolo di contagio efficiente per l’uomo. È questo il risultato di uno studio condotto dall’Harbin Veterinary Research Institute in Cina e pubblicato sulla rivista bioRxiv, così come riportato da Nature: il team ha condotto alcuni esperimenti per capire sei i felini possano essere suscettibili al COVID-19, ipotizzando anche la loro capacità di trasmettere l’infezione all’uomo.

Lo studio prende le mosse dalla notizia di alcuni animali domestici – due cani a Hong Kong e un gatto in Belgio – risultati positivi al coronavirus. I quadrupedi in questione non hanno sviluppato sintomi degni di nota: nelle ultime settimane, gli esperti hanno quindi ipotizzato che la presenza del virus sulle loro mucose nasali e orali sia derivata da semplice contaminazione ambientale. Questi esemplari, infatti, sono stati identificati all’interno delle abitazioni di pazienti colpiti da coronavirus.

Il team cinese, guidato dal virologo Bu Zhigao, ha introdotto dei campioni di SARS-CoV-2 nelle narici di cinque gatti domestici. Due di questi gatti sono stati purtroppo soppressi dopo sei giorni e l’analisi autoptica ha svelato la presenza di RNA virale nel loro tratto respiratorio superiore. Gli altri tre gatti sono stati chiusi invece in alcune gabbia con altri felini non infetti: dopo qualche giorno è stato rinvenuta la presenza del virus sulle mucose nasali di uno di questi ultimi quadrupedi, suggerendo quindi la possibilità di un contagio da animale ad animale. I ricercatori cinesi hanno quindi suggerito di monitorare la popolazione di gatti presenti nelle città per scoprire se possano rappresentare qualche problematica per l’uomo.

Non sono però d’accordo gli esperti a livello internazionale, come Linda Saif, virologa dalla Ohio State University. Innanzitutto, nessuno dei gatti scelti per lo studio cinese ha sviluppato sintomi, segno quindi che dopo il contagio forzato l’infezione procede in modo diverso dall’uomo. Ancora, dei felini non positivi introdotti nelle gabbie dei contagiati, solo un esemplare è risultato debolmente positivo dopo qualche giorno nonostante la vicinanza forzata. Questo suggerisce che, se il passaggio del coronavirus da gatto a gatto è possibile, non avviene però in modo efficiente. Un fatto, questo, che potrebbe rendere l’eventuale trasmissione gatto-uomo assai remota. Peraltro Saif sottolinea come valutare la ricerca cinese sia assai complesso, poiché non emergono informazioni sulle caratteristiche fisiche delle gabbie in cui i quadrupedi sono stati inseriti, quindi non è dato sapere se il contagio possa essere avvenuto tramite goccioline di saliva oppure con il contatto diretto con urine e feci. A questo si aggiunge come gli animali infettati in laboratorio siano stati esposti a elevate quantità di campioni virali, uno scenario che sembra poco riflettere la normalità di vita dei felini domestici.

Gli esperti mondiali continuano quindi a rassicurare i proprietari di gatti: al momento, non esistono evidenze sufficientemente specifiche che possano collegare l’amico domestico a un aumentato rischio di contagio da coronavirus. Nel frattempo, sono stati avviati altri studi che hanno confermato come maiali, polli e anatre non vengano infettati dal 2019-nCoV, mentre i cani possono raramente sviluppare una contaminazione, probabilmente solo una conseguenza dell’esposizione ambientale.

Fonte: Nature

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