Coronavirus: CuraPod e architettura delle città, intervista a Carlo Ratti

Coronavirus: CuraPod e architettura delle città, intervista a Carlo Ratti

Fonte immagine: Wikipedia

Intervista a Carlo Ratti su CuraPod, la terapia intensiva modulare che potrebbe rivoluzionare gli ospedali e su come il coronavirus trasformerà le città.

Un’unità di terapia intensiva modulare chiamata CuraPod, questa è stata l’idea di Carlo Ratti e del suo studio per rispondere alla carenza di posti letto causata dalla pandemia di coronavirus. Una risposta altamente innovativa che potrebbe consentire di allestire velocemente delle strutture, andando ad aiutare gli ospedali in difficoltà.

Abbiamo voluto approfondire alcuni aspetti di CuraPod con Carlo Ratti, al quale abbiamo rivolto anche alcune domande sulla sua visione di come cambieranno le nostre città alla luce del coronavirus.

Qual è il costo di un’unità CuraPod e quanto tempo è necessario per produrne una funzionante?

“Il costo può ovviamente variare in base alla quantità complessiva da produrre, ma stimiamo che ogni posto letto costi circa 75 mila dollari. Ciascun modulo ospita due pazienti e può essere aggregato ad altre unità in configurazioni flessibili”.

Qualora vi fosse una produzione di massa di CuraPod, ritiene che queste unità modulari di terapia intensiva possano essere determinanti per rispondere all’emergenza sanitaria che ci troviamo ad affrontare in Italia?

“Crediamo che ad essere davvero determinanti siano le scelte di politica sanitaria. La nostra speranza è quella di poter dare un contributo positivo, migliorando l’efficienza delle attuali soluzioni per la progettazione di ospedali da campo. Uno degli aspetti cruciali all’origine dell’emergenza attuale è la scarsità di posti in terapia intensiva, con conseguente affollamento delle strutture esistenti e situazioni critiche per gli operatori sanitari ed i pazienti. Fino ad oggi la risposta all’emergenza, un po’ ovunque nel mondo, ha seguito due strade. Da un lato, la creazione di strutture temporanee come tende ospedaliere. Dall’altro, la costruzione di unità prefabbricate di biocontenimento. Il problema della prima opzione è che tende a esporre il personale sanitario a rischi di contagio elevati. La seconda, invece, richiede un notevole dispiego di tempo e risorse. Traendo il meglio dalle due alternative, il sistema CURA punta a essere rapido da installare come una tenda ospedaliera, ma sicuro per le attività mediche come un reparto di isolamento di un ospedale, grazie a dispositivi di biocontenimento con pressione negativa.

I container CURA sono connesse da una struttura gonfiabile e possono generare configurazioni modulari multiple (da 4 a oltre 40 posti letto). Alcune unità potrebbero essere posizionate in prossimità di un ospedale (ad esempio in un parcheggio) per aumentare il numero di postazioni di terapia intensiva. Altre unità potrebbero essere utilizzate per creare infrastrutture autonome di dimensioni variabili, dando un contributo significativo per incrementare il numeri dei posti in terapia intensiva negli ospedali”.

Al di là dell’architettura degli ospedali secondo lei la pandemia di coronavirus deve spingere a ripensare anche le nostre città?

“Si è molto letto, in questi giorni, della “fine delle città”, in quanto luoghi la cui l’alta densità di popolazione favorisce la diffusione del virus. In realtà, io credo che dobbiamo difendere le città come centri di incontro, di confronto e di discussione. Credo dobbiamo stare attenti a distinguere tra provvedimenti di emergenza, necessari in questo momento, e visioni di lungo periodo. Il futuro delle città dipenderà dalla nostra capacità, nei prossimi mesi, di dare risposta a una serie di esigenze fondamentali, seppure parzialmente in conflitto tra loro: su tutte, sicurezza e libertà“.

Quali potrebbero essere, in concreto, i cambiamenti da apportare nelle nostre città affinché epidemie come questa non si ripresentino in futuro?

“In molte metropoli l’idea di “distanza sociale” sta portando a immaginare di ampliare aree pedonali e piste ciclabili. Ad un altro livello, l’attuale emergenza fa da acceleratore di cambiamenti sostanziali sull’uso, ad esempio, dei BigData per monitorare e prevedere i contagi. La mobilità delle persone infatti è fondamentale per comprendere le dinamiche di trasmissione di molti virus e batteri e questo è un tema che oggi può strutturarsi in una strategia di lungo termine per prevenire future emergenze.”

Sappiamo che lei non è un epidemiologo ma si è fatto un’idea di quando questa pandemia inizierà a decrescere in Italia e nel mondo?

“Ci sono persone più esperte a cui credo dobbiamo tutti affidarci per quanto riguarda le stime sul decorso della pandemia. Come progettisti, dobbiamo pensare a come creare nuovi spazi di vita nonostante il coronavirus. Sarà questo il capitolo che più ci riguarderà nei prossimi mesi e anni”.

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