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Coronavirus: i commercianti cinesi vogliono tornare a vendere animali

Coronavirus: i commercianti cinesi vogliono tornare a vendere animali

Fonte immagine: Pixabay

I commercianti cinesi non approvano il divieto momentaneo di vendita di animali selvatici, per limitare il coronavirus: la testimonianza di Reuters.

La diffusione del nuovo coronavirus 2019-nCoV in Cina, un’infezione probabilmente originata dal mercato ittico di Wuhan, ha convinto le autorità locali a imporre limitazioni e divieti momentanei sul commercio di animali selvatici. Così come sottolineato da vari esperti internazionali nel corso delle ultime settimane, il sovraffollamento di specie in spazi ristretti, e in condizioni igieniche non sempre sufficienti, può favorire la modifica dei virus e garantirne il salto di specie.

Nella prima giornata di notizie blandamente positive dalla stessa Cina – il numero giornaliero di guariti ha finalmente superato quello dei contagiati, rispettivamente a 1.824 e 1.749 persone – i commercianti hanno però deciso di protestare. Dopo l’arresto di circa 700 persone negli ultimi 20 giorni, responsabili di aver organizzato traffici illegali di specie momentaneamente vietate, monta la richiesta per rimuovere i divieti. È quanto riferisce Reuters in un recente intervento.

Così come già accennato, negli ultimi giorni sono stati più di 40.000 gli animali sequestrati dalle autorità e destinati al commercio illegale, tra cui scoiattoli, scimmie, donnole, pavoni, coccodrilli, serpenti, pipistrelli, ratti e molti altri ancora. Reuters ha quindi deciso di intervistare alcuni commercianti del posto, fermi a causa del coronavirus, rilevando un grande malcontento. Così ha spiegato Gong Jian, uno degli intervistati nonché proprietario di una rivendita online di esemplari selvatici:

Vorrei tornare a vendere animali quando il divieto sarà rimosso. Alle persone piace comprare animali selvatici. Li comprano per mangiarli o per donarli come regalo, si presentano bene.

Le richieste dei commercianti non sono però supportate da scienziati e ricercatori, i quali sostengono che la limitazione nella vendita di animali vivi – o di specie morte note per essere portatrici di virus e batteri pericolosi per l’uomo – debba essere vietata a tempo indeterminato per evitare l’esplosione di malattie simili proprio al coronavirus. Si tratta però di una questione di tipo culturale, di difficile risoluzione, così come spiega Wang Song, un docente di zoologia in pensione per la Chinese Academy of Sciences:

Per molte persone, gli animali esistono per l’uomo, non condividono la Terra con l’uomo.

La discussione si è accesa anche online, in particolare sul social network Weibo, dove si sono create sostanzialmente due fazioni. Da un lato un gruppo sempre più corposo di cittadini, pronti a rinunciare alle cosiddette “carni esotiche” per la sicurezza sanitaria della Cina e del mondo intero. Altri, invece, che richiedono a gran voce il ritorno alle vecchie abitudini, poiché “rinunciare a queste carni per paura di un virus è come smettere di mangiare per timore di rimare soffocati”.

Sulla questione è intervenuta anche la divisione cinese di Humane Society, l’organizzazione che da decenni si occupa della tutela degli animali selvatici. Così come spiega Peter Li, esperto di leggi cinesi per Humane Society International, lo stesso governo avrebbe precise responsabilità.

L’ufficio forestale di stato è stato a lungo la principale forza a supporto dell’utilizzo degli animali selvatici. Ha insistito a lungo sul diritto della Cina di sfruttare le proprie risorse naturali a scopo di sviluppo.

Ora il timore è che si sviluppino dei mercati illegali e sommersi, lontani dalle capacità di controllo delle autorità, che potrebbero rappresentare una fonte di rischio davvero pericolosa.

Fonte: Reuters

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