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Coronavirus in Cina, Shenzhen vieta il consumo di cani e gatti

Coronavirus in Cina, Shenzhen vieta il consumo di cani e gatti

Fonte immagine: Unsplash

Con la diffusione del coronavirus, la città cinese di Shenzhen ha deciso di vietare il consumo di carne di cane e di gatto.

Dopo il divieto ai wet market e alla vendita di selvaggina viva, Shenzhen fa un ulteriore passo in avanti per la protezione degli animali ai tempi del coronavirus. La grande città cinese, conosciuta per essere il centro tecnologico dell’intera Asia, ha infatti deciso di bloccare il consumo di carne di cane e di gatto. Si tratta della prima città cinese che decide di dotarsi di una simile normativa: delle regole che, in caso non dovessero incontrare degli ostacoli, verranno implementate a partire dal prossimo primo maggio.

Sebbene in Cina vengano uccisi annualmente 30 milioni di cani e gatti a scopo alimentare, così come svela Humane Society International, la pratica non è così consueta nelle grandi e moderne città del Paese. In un’ottica di raggiungere una maggiore tutela degli animali domestici, e di limitare questioni di tipo sanitario, da qualche tempo Shenzhen si è fatta portavoce di un sentimento sempre più comune nella popolazione cinese. E così, dopo aver vietato i wet market – i mercati di selvaggina viva che si ritiene siano stati la causa dell’esplosione del nuovo coronavirus – ora arriva anche il ban al consumo di carne di quadrupedi d’affezione. Così ha spiegato un rappresentante delle autorità:

Cani e gatti hanno stretto un rapporto molto più profondo con l’uomo rispetto a qualsiasi altro animale. Inoltre, il divieto al consumo delle loro carni è una pratica molto comune in tutte le nazioni sviluppate, compresi Hong Kong e Taiwan. Questo divieto risponde allo spirito della civilizzazione umana.

La diffusione del nuovo coronavirus ha costretto la Cina a rivedere il proprio rapporto con gli animali, pur in presenza di alcune contraddizioni. Il governo centrale ha già da tempo vietato la vendita di selvaggina viva – una misura momentanea data l’epidemia in corso, ma che potrebbe diventare perenne nei prossimi mesi – tuttavia autorizzando altri usi di derivati di specie a rischio. Negli ultimi giorni, ad esempio, ha destato scalpore la decisione di inserire la bile d’orso nella lista dei trattamenti consigliati per battere il COVID-19, pur in assenza di qualsiasi evidenza dal punto di vista scientifico.

Fonte: BBC

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