Carbone pulito: greenwashing o reale opportunità di sviluppo?

Carbone pulito: greenwashing o reale opportunità di sviluppo?

L'aumento progressivo del prezzo del petrolio ha fatto risalire la popolarità del "vecchio" carbone, grazie anche a tecnologie che ne riducono l'impatto sull'ambiente

Operazione di marketing, o reale progresso tecnologico sostenibile? Del cosiddetto “carbone pulito” si è detto tutto e il contrario di tutto, e anche se c’è chi lo propone come la soluzione del futuro per l’approvvigionamento energetico mondiale, gli ambientalisti continuano a pensare che l’espressione “clean coal” resti nient’altro che una contraddizione in termini.

L’impiego del carbone a scopi energetici non è certo una novità. La ricchezza dei giacimenti e la relativa facilità di estrazione – specialmente grazie a generazioni di manovali a basso costo – ne hanno fatto per secoli il combustibile di più largo utilizzo nelle fabbriche, per il riscaldamento domestico e nei trasporti. Una supremazia che sembrava definitivamente tramontata con l’avvento del petrolio e di altri combustibili più efficienti, a cominciare dal nucleare.

Eppure, la disponibilità sempre minore di giacimenti petroliferi e il costo crescente dell’oro nero hanno finito col riportare in auge il “vecchio” carbone, nelle emergenti economie dell’est come nella sviluppata Europa. Anche in Italia sono al centro del dibattito pubblico alcuni progetti di riconversione a carbone di vecchie centrali, primo fra tutti il contestatissimo stabilimento Enel di Porto Tolle, nel Polesine.

Al centro delle proteste dei “No Coke” resta la convinzione che, per quanto ridotto grazie all’uso di moderne tecnologie, l’impatto ambientale del carbone rimanga troppo alto per essere tollerato. Un’accusa che i sostenitori del “clean coal” rispediscono al mittente, sostenendo che nelle moderne centrali alimentate a carbone si riescono a abbattere le emissioni di CO2 di quasi il 20% e che anche la produzione di anidride solforosa, ossidi di azoto e polveri è sensibilmente ridotta.

In effetti, sono lontani i tempi del “fumo di Londra”, e i sistemi di abbattimento dell’inquinamento hanno davvero fatto passi da gigante. Il carbone, tuttavia, resta il responsabile di oltre il 40% delle emissioni di gas serra del Pianeta, e anche in una centrale dotata delle tecnologie più efficienti, la produzione di CO2 non scende al di sotto di 770 grammi per kwh di energia prodotto.

Un impatto nettamente superiore, a parità di elettricità generata, a quello del gas naturale e addirittura del l’olio combustibile di vecchia generazione, anche perché l’anidride carbonica “intrappolata” dai sistemi anti-inquinamento va poi stoccata al sicuro per secoli, attraverso i cosiddetti sistemi CCS (Carbon Capture and Storage) che ancora sono ben lontani dal garantire la massima affidabilità.

Le perplessità nei confronti di quello che fu il “motore” della Rivoluzione Industriale, dunque, restano. Anche perché, sottolinea ancora Legambiente, almeno per quanto riguarda l’Italia, il ritorno massiccio al carbone non libererebbe il Paese dalla dipendenza dall’estero, dal momento che già oggi viene importato più del 99% del coke utilizzato nelle centrali elettriche italiane.

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