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BirthStrike: non fare figli per contrastare i cambiamenti climatici è solo fondamentalismo

BirthStrike: non fare figli per contrastare i cambiamenti climatici è solo fondamentalismo

Fonte immagine: Photo by Melanie Medina on Unsplash

Il fenomeno del BirthStrike fa proseliti, ma è solo fondamentalismo che non serve per contrastare i cambiamenti climatici.

La domanda è legittima. Come sempre, le conseguenze possono spingersi fino a scelte difficili da comprendere. Come, ad esempio, quella più estrema di non dare seguito alla specie. Tradotto fuori dal catastrofismo: non fare figli perché il clima sta cambiando e dunque mettere al mondo nuovi esseri umani non significherebbe altro che peggiorare il quadro generale del pianeta e condannarli a un’esistenza di sofferenze.

Ci è tornata la Cnn con un’inchiesta in cui racconta le storie di alcuni “scioperanti delle nascite”, chiamiamoli così. Per esempio la musicista britannica 33enne Blythe Pepino, che ha deciso di non avere figli biologici e fare di questa convinzione un movimento battezzato alla fine dello scorso anno BirthStrike: “Non credo sia un momento in cui possiamo farlo anche se amo il mio partner e voglio una famiglia con lui”, ha spiegato. Intorno a BirthStrike si raccoglie un gruppo di persone che hanno fatto della loro decisione di non avere bambini un gesto politico legato al cambiamento climatico.

Sono già 330, l’80% donne, e fondamentalmente non se la sentono di contribuire all’aumento della popolazione mondiale – cresciuta da un miliardo nel 1800 a 7 miliardi nel 2012 e proiettata a quasi 10 miliardi entro il 2050 – in un pianeta già segnato da un numero infinito di criticità ambientali e, a 360 gradi, legate alla scarsità di risorse idriche e alimentari, all’inquinamento, alle necessità energetiche, alle guerre per le fonti naturali e così via.

Cody Harrison, 29enne che si è appena unito al gruppo, spiega che mettere al mondo un bambino significherebbe in sostanza “scommettere con la vita di qualcun altro”. Perché? Be’, se le cose non andassero per il verso giusto (l’Ipcc dell’Onu ci dava lo scorso anno appena una decina di anni per mettere la retromarcia), gli esseri umani del futuro non sarebbero attesi da un’esistenza troppo gradevole. Gli effetti sarebbero a catena: non solo le crisi che viviamo oggi ma, come spiegano altri membri della neonata associazione, problemi enormi sempre più violenti su migrazioni, risorse, guerra, produzione alimentare.

Non solo BirthStrike, ovviamente. In giro per il mondo di gruppi che si interrogano sulla bontà – e soprattutto sulla sensatezza – di fare figli in un quadro del genere ce ne sono molti. C’è per esempio il movimento Ginks, “Green inclinations, no kids” fondato dall’editorialista dell’Huffington Post Lisa Hymas. Un altro è Conceivable Future, una rete di donne statunitensi lanciata nel 2015 che la prende ancora di più in profondità – ma anche in modo più sensato – parlando di “giustizia riproduttiva”, di “orologi che segnano il conto alla rovescia” e di domande come quelle di prima: “Che tipo di minacce riserverà un pianeta più caldo e doloroso a mio figlio?”, come si chiede Josephine Ferorelli, cofondatrice del gruppo.

Non è solo una faccenda da fondamentalisti della battaglia contro il cambiamento climatico. Anche la democratica radicale originaria di Porto Rico, Alexandria Ocasio-Cortez, la più giovane deputata statunitense al Congresso Usa, ha rilanciato l’argomento ai suoi 3 milioni di follower su Instagram: “C’è consenso scientifico sul fatto che le vite dei bambini possano diventare molto difficili, è ancora giusto avere dei figli?”.

Il punto sembra duplice e in quella duplicità c’è un bel pezzo della scivolosità di questi movimenti. Da una parte spunta il timore per la qualità della vita delle future generazioni. Dall’altra, ed è il lato un po’ meno sensato ma più allarmista perché sottovaluta una serie di fattori virtuosi, la convinzione che nuove nascite significhino più popolazione e quindi più emissioni e, in definitiva, una china sempre peggiore per il pianeta. A sostenerla anche i dati di una ong britannica come Population Matters sulla base dei numeri della Banca Mondiale secondo cui una persona emette in media 5 tonnellate di Co2 all’anno, con picchi nei Paesi sviluppati.

Eppure uno studio del 2014 aveva bocciato lo “sciopero delle nascite” o anche la politica, dal sapore vagamente cinese d’antan, del “figlio unico”, definendola “non un modo rapido per risolvere i problemi ambientali”. Il punto è che non servirebbe nell’immediato, per risolvere le questioni più scottanti che abbiamo per le mani. Dobbiamo al contrario lavorare su di noi, e su chi verrà, sul nostro peso inquinante e su come consumiamo. Inutile votarsi alla verginità continuando oggi e domattina a fare i porci comodi. O no?

Entrambe le associazioni sostengono di non sostenere metodi coercitivi di controllo riproduttivo né, ci mancherebbe, di biasimare chi sceglie di avere figli – così come non vogliono essere confuse con i più assurdi movimenti contro la riproduzione umana che ruotano intorno alle sofferenze dei nascituri – e in pratica rivendicano il peso politico collettivo del loro messaggio, non tanto l’aspetto etico individuale. Insomma, quel che interessa è il messaggio.

Eppure da chi ha deciso di non prendere più l’aereo (invece, tanto per dirne una, di insistere per un uso sempre più esteso di biocarburanti) a chi non farà figli, il passo è in realtà breve: il contrasto al cambiamento climatico e la richiesta fortissima di decisioni efficaci alla politica internazionale si sta mescolando mese dopo mese a scelte, movimenti e rivendicazioni che dire bizzarri è dire poco perché confondono i metodi con gli obiettivi. E rischiano di nuovo, come accaduto in molti altri ambiti, di spostare il dibattito dai fronti centrali che attengono alle politiche pubbliche (industria, auto, emissioni, allevamenti intensivi, modelli di sviluppo) alle legittime scelte individuali buone certe volte solo a fare notizia. E a dividere la massa dell’opinione pubblica che invece cerca solo ottime ragioni, lontane dai sacrifici del fondamentalismo ambientale, per consumare meno e meglio.

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