Biocombustibili di seconda generazione

Biocombustibili di seconda generazione

Parlando della Camelina abbiamo sfiorato il complesso problema dei biocarburanti, sempre più al centro di accesi dibattiti e controversie. Una rassegna dei principali problemi relativi a questa tecnologia, per alcuni verde, per altri niente affatto, può essere utile a capire per quale motivo la ricerca si è indirizzata oggi allo sviluppo di biocombustibili di seconda […]

Parlando della Camelina abbiamo sfiorato il complesso problema dei biocarburanti, sempre più al centro di accesi dibattiti e controversie. Una rassegna dei principali problemi relativi a questa tecnologia, per alcuni verde, per altri niente affatto, può essere utile a capire per quale motivo la ricerca si è indirizzata oggi allo sviluppo di biocombustibili di seconda generazione.

I tradizionali biocombustibili si ottengono dalla fermentazione ottenuta dai prodotti come appunto la canna da zucchero, o il seme dell’economica palma da olio, o il grano.

Il primo problema che si intuisce in una produzione con simili materie prime è la competizione tra il mercato energetico e quello alimentare, che potrebbe avere su scala globale prospettive inquietanti, con l’ulteriore aumentare dei prezzi delle fonti fossili, e già oggi contribuisce all’aggravio della situazione di molti paesi colpiti da crisi alimentari.

C’è poi la questione della sostenibilità ambientale. Le sterminate piantagioni prendono il posto delle foreste primarie, contribuendo in maniera determinante alla deforestazione, tra i principali responsabili dell’aumento mondiale di anidride carbonica.

Anche questo spinge molti a mettere in dubbio l’effettivo valore ambientale dei biocombustibili. Difficile farsi un’idea valida, viste le tante opinioni e gli interessi di lobby in gioco, ma non sembra per niente campata in aria l’evenienza che il livello di emissioni, considerato l’intero ciclo di vita (raccolto-trasporto-lavorazione-produzione) sia di poco migliore (se non peggiore) dei tradizionali combustibili fossili.

Allo stesso tempo deforestazione significa perdita della biodiversità (ad esempio il caso degli oranghi a rischio estinzione in Indonesia), e gravissimi problemi sociali per le popolazioni della foresta.

I biocarburanti di seconda generazione intendono porre rimedio a tutti questi problemi. Si tratta di distillare il carburante con metodi più complessi, utilizzando però materie prime non commestibili: da tipi di erbe (come la camelina), alla biomassa, che in sostanza può essere composta anche di scarti, purché organici.

Miriadi di filoni di ricerca si aprono in questo campo. Tra i più interessanti esistono impianti già funzionanti che estraggono carburante dal trattamento dei rifiuti organici. Questo sistema ha anche il grande merito di eliminare il costo di trasporto, visto che ogni città abbonda potenzialmente di materia prima per una produzione locale.

Molto seguito hanno poi le soluzioni che prevedono di utilizzare le alghe come biomassa per carburanti, contornati anche da progetti che a loro volta ne studiano la coltivazione intensiva.

Controverso infine un progetto dell’Università della Georgia. Questo in buona sostanza si basa sulla manipolazione (presumibilmente genetica) delle coltivazioni, per produrre raccolti in grado da una parte di assorbire elevate quantità di CO2, dall’altra di essere molto ricco in termini di biomassa utilizzabile per la produzione di carburanti.

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