Bene Greta ma questo “green new deal” facciamolo davvero

Bene Greta ma questo “green new deal” facciamolo davvero

Fonte immagine: Photo by Markus Spiske temporausch.com from Pexels

Le manifestazioni di piazza per il clima non bastano, adesso i Governi devono agire per evitare conseguenze gravissime per il Pianeta.

Facciamolo, questo “green new deal”. Facciamolo davvero. Che non sia un accrocchio di piccoli provvedimenti, magari sensati nella loro singolarità ma senza logica se implementati poco e male, secondo uno schema disconnesso. All’Assemblea generale dell’Onu, la 74esima, si parlerà come non mai di clima. Anche se sarebbe più corretto dire di “surriscaldamento globale”, visto che il clima cambia da sempre e continuerà a farlo. Mobilitazioni globali, simboli popolarissimi ed efficaci come la svedese Greta Thunberg, progressivo cambiamento delle sensibilità, impegno di intellettuali come Jonathan Safran Foer. Dal semplicismo degli slogan e delle tesi un po’ tagliate con l’accetta (“meno figli, meno carne, meno aerei, meno tutto!”) occorre adesso farla davvero, questa rivoluzione verde. E certo se Donald Trump diserterà le sessioni dedicate al clima, per partecipare a quelle sulla libertà religiosa, non è che si cominci col piede giusto. L’impressione è che una vera svolta si potrà avere solo nel 2020, se la Casa Bianca dovesse cambiare inquilino.

Una cosa è certa: la richiesta alla classe politica internazionale è arrivata in tutta la sua durezza. Un po’ generica sui destinatari, certo, perché quando si parla a tutti “i politici” si finisce col non parlare a nessuno e col fornire diverse vie di fuga. Ma i milioni di giovani e meno giovani che in tutto il mondo si stanno muovendo in questi giorni – in Italia venerdì prossimo – così come negli ultimi mesi per gli scioperi per il clima non scherzano. Sono i consumatori (e gli elettori) di domani e in gran parte già di oggi. Forse sono una grossa minoranza, chi lo sa, ma certo nessuno può permettersi di ignorarli. Lo ha detto anche Antonio Guterres, segretario generale dell’Onu: servono piani, non chiacchiere.

Anche se gran parte di quei piani ci sarebbe: sono messi nero su bianco nelle diverse Cop, gli aggiornamenti della Convenzione quadro delle Nazioni Unite sull’ambiente, come risulta dall’ultima trattativa di Katowice, in Polonia. Stiamo ancora parlando di come attuare davvero quanto di storico è stato deciso a Parigi quattro anni fa: un primo punto sarebbe partire, definitivamente, con chi ci sta. Dai diversi interventi al Palazzo di Vetro si capirà chi si stia muovendo davvero. Non l’Italia, che pare essersi già smarrita fra tasse sulle merendine e sui voli aerei, in una brutta copia del piano annunciato giorni fa dalla cancelliera tedesca Angela Merkel. Anche quello non pare aver esaltato le organizzazioni ambientaliste ma quanto meno ha fornito cifre chiare che si avvicinano a, e in certi casi superano, quelle della Cop. Per tenere la temperatura sotto 1,5 gradi rispetto al passato dobbiamo infatti diminuire del 45% le emissioni di CO2 nell’aria entro il 2030 (la Germania punta al 55%) per spingerci al 100% entro il 2050. Unimpresa, con mezzo pianeta in via di sviluppo e l’altro che come sempre, almeno a livello federale perché le esperienze cittadine e statali vanno spesso in direzione opposta, non vuol sentire ragioni (Usa) o è ‘mal disposto a mutare i suoi modelli di produzione e consumo. Senza contare che gli accordi del 2015 sono già ritenuti insufficienti a cogliere l’obiettivo del grado e mezzo anche qualora fossero applicati da tutti. Insomma, stiamo trattando su soglie che non superano la sufficienza.

Al solito, c’è tuttavia poco da sperare. Dopo il picco di Parigi, infatti, da questa Assemblea generale si uscirà, sul clima, con una dichiarazione di fatto già pronta e che non avrà alcunché di vincolante. A esporre le proprie soluzioni sul “climate change” mancheranno inoltre grandi Paesi come il contestatissimo Brasile, travolto dagli scandali sulla deforestazione, il Giappone, l’Arabia Saudita e, appunto, gli Stati Uniti. Trump interverrà infatti martedì 24 in una sessione che non è dedicata all’ambiente.

Eppure città, imprese (ultima Ikea, che si impegna a restituire all’ambiente più di quanto prenda con gli investimenti in solare ed eolico, che si aggiunge a centinaia di colossi, da Apple a Ups fino ai produttori automobilistici) e organizzazioni viaggiano da tempo per proprio conto. Perfino la finanza, almeno in certi casi e con certi fondi, molla gruppi e operazioni che ruotano intorno ai combustibili fossili per investire risorse sulle imprese del futuro. Un elemento che tutti gli esperti sottolineano: il corpo della società civile e industriale ha compreso da tempo le sfide si risparmio, riuso, riciclo e riduzione dell’impatto energetico, e sta combattendo battaglie spesso in solitaria o con sostegni orizzontali, non verticali. I governi, travolti dall’ottovolante populista o sotto il pugno di ferro delle cosiddette “democrature”, nella peggiore delle ipotesi se ne fregano e nella migliore ci concedono il bonus per la bici elettrica. Si pensano, come in Italia, “decreti ambiente” con qualche mancia per l’auto a zero emissioni o per la riqualificazione degli edifici ma non si penalizza duramente chi si barcamena continuando a inquinare come sempre, non lo si spinge fuori dal mercato, non si alzano gli standard dal più piccolo esercizio alla grande industria, dai piani contro l’abusivismo e il traffico dei rifiuti alla riprogettazione delle nostre città (con l’eccezione di Milano e pochi altri centri, con l’esempio osceno di Roma). “I governi prima o poi seguono l’opinione pubblica” aggiunge ancora Guterres. Sì, forse, ma quanto ci vorrà ancora? L’impressione è che il percorso, nonostante la storia quasi trentennale delle Cop, sia di fronte a un nuovo inizio.

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