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Batterio New Delhi: aumentano i contagi in Toscana, 42 le morti

Batterio New Delhi: aumentano i contagi in Toscana, 42 le morti

Continua la diffusione del batterio New Delhi in Toscana: sono saliti a 129 i contagi, mentre le morti sospette risultano 42.

Prosegue l’allerta sanitaria in Toscana per quanto riguarda il batterio New Delhi. Aumentano i contagi nella Regione, che passano dai 90 dichiarati dall’ARS Toscana a metà settembre fino agli attuali 129. In crescita anche il dato relativo alle morti che si sospetta siano legate all’infezione causata dal New Delhi, che salgono da 36 a 42.

Un bilancio pubblicato dall’ARS Toscana lo scorso 30 ottobre, spiegando come la mortalità relativa al batterio killer abbia interessato nello specifico i soggetti con sepsi:

Tra novembre 2018 e il 27 ottobre 2019 i batteri NDM sono stati isolati nel sangue di 129 pazienti.

I casi sono risultati letali nel 33% dei pazienti con sepsi (non necessariamente si tratta di decessi dovuti all’infezione specifica), percentuale paragonabile alla letalità per questa condizione causata da altri batteri resistenti agli antibiotici carbapenemici.

Nella stessa nota diffusa dall’ARS Toscana si sottolinea la partecipazione della stessa all’unità di crisi costituita dall’Assessorato alla Salute lo scorso maggio allo scopo di tenere sotto controllo e monitorare la diffusione degli enterobatteri NDM (New Delhi Metallo beta-lactamase). Soprattutto nel nord-ovest della Toscana, spiega l’ARS, in collaborazione con le aziende sanitarie della Toscana e con l’assessorato.

Ulteriori informazioni in merito alla diffusione del batterio New Delhi sono fornite da Giovanni Rezza, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Istituto Superiore di Sanità:

Il New Delhi è un ceppo nuovo di Klebsiella, un batterio multiresistente ai farmaci che in passato ha colpito tanti nostri ospedali. Questi microrganismi si trasmettono attraverso le mani degli operatori sanitari o procedure mediche invasive, ferite, il contatto con dispositivi medici infetti o feci dei pazienti colonizzati. Anche un paziente che passa da un ospedale all’altro lo può diffondere.

Fonte: ARS Toscana

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