Gli animali si riprendono Chernobyl

Gli animali si riprendono Chernobyl

Fonte immagine: Tijuana2014 via iStock

La fauna e la flora di Chernobyl è sempre più ricca: gli animali hanno preso possesso della zona di esclusione, dimostrando enorme capacità d'adattamento.

A oltre trent’anni dal disastro nucleare più grave della storia dell’uomo, torna a crescere l’interesse per Chernobyl e le zone limitrofe. E non solo per l’attesissima serie TV, già in onda negli USA e presto anche in Italia, ma anche e soprattutto per un fatto che sta sorprendendo scienziati ed esperti in tutto il mondo: la natura e gli animali si sono ripresi l’area contaminata, trasformandola in una delle zone più interessanti per lo studio della biodiversità dell’Europa continentale.

Era il 26 aprile del 1986 quando, all’1.23 della notte, il reattore numero 4 dell’impianto nucleare di Chernobyl esplose, rilasciando quantità elevatissime di radiazioni. Nonostante la fitta nube radioattiva, in un primo momento il governo russo sminuì l’accaduto, tanto che il resto del mondo ne venne a conoscenza soltanto dal 27 dello stesso mese, quando degli impianti in Svezia rilevarono dei livelli anomali di radioattività in atmosfera. Nei giorni successivi le città di Chernobyl e di Pripyat vennero evacuate in fretta e furia e venne dichiarata una “zona di alienazione” di circa 2.600 chilometri quadrati, tra Ucraina e Bielorussia.

Esclusa la presenza umana in un’area così vasta, negli anni sono stati molti gli esperti a chiedersi cosa ne sarebbe stato della fauna e della flora, dati livelli così elevati di radiazioni. Eppure, nonostante le previsioni più funeste, a tre decenni di distanza la vegetazione è tornata a crescere rigogliosa – ricoprendo palazzi e strutture umane dove il tempo si è letteralmente fermato – e centinaia di specie animali hanno cominciato a prosperare.

L’evidenza è nota da qualche anno, ovvero da quando l’area di alienazione è tornata visitabile, tanto che non mancano i tour dedicati ai turisti di tutto il mondo. E sono state condotte molte ricerche, come la recentissima dell’Università della Georgia, pronte a dimostrare come nei dintorni di Pripyat siano riapparse specie come volpi, orsi bruni, lupi grigi, cinghiali, cervi e bufali, ma anche animali mai visti prima in quest’area come l’aquila di mare con coda bianca, il visone americano e la lontra di fiume.

Alcuni reporter del Guardian hanno di recente visitato la zona, grazie all’operatore APB-Birdlife Belarus, e si sono ritrovati davanti agli occhi una natura talmente ricca tanto da lasciare a bocca aperta, soprattutto in aree dove si credeva che la vita non sarebbe stata più possibile per parecchi decenni. La zona di esclusione, divenuta la Polesie State Radioecological Reserve nel 1988, dimostra chiaramente le capacità di ripresa del regno animale:

La riserva è uno degli esperimenti più grandi di rinaturalizzazione in Europa: gli improbabili “beneficiari” del disastro nucleare sono stati i lupi, i bisonti e gli orsi, che ora approfittando di un panorama completamente disabitato dall’uomo, insieme a 231 specie diverse di uccelli.

Gli animali, a discapito delle previsioni più funeste fatte all’indomani del disastro nucleare, sembrano aver superato quell’ondata di morte e distruzione che ha caratterizzato la zona di esclusione nei primi anni. Non sembrano oggi soffrire di particolari problemi di salute, né paiono affetti da una longevità più ridotta rispetto ai simili in altre zone del mondo, ma l’entusiasmo fra gli esperti rimane ancora cauto. Viktar Fenchuk, project manager del Wilderness Conservation Program in Bielorussia, ha infatti così spiegato:

La riserva potrebbe essere anche una “trappola ecologica”, dove gli animali si trasferiscono data l’assenza dell’uomo per poi sviluppare problemi di salute. Ma le evidenze oggi disponibili svelano come, a livello di popolazione animale, gli effetti delle radiazioni non sono visibili.

Secondo alcuni, trent’anni dopo l’incidente – e considerando la velocità di riproduzione di alcune specie e il ricambio generazionale – questi animali potrebbero aver sviluppato delle mutazioni genetiche che permettono loro di evitare gli effetti più nefasti delle radiazioni. Per questa ragione, gli scienziati chiedono che la zona di esclusione rimanga per sempre una riserva naturale, affinché possano essere condotti studi e capire come la vita selvatica riesca a riorganizzarsi in assenza dell’uomo.

Fonte: The Guardian

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