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Amazzonia, l’Onu non basta: serve un nuovo organismo che difenda l’ambiente

Amazzonia, l’Onu non basta: serve un nuovo organismo che difenda l’ambiente

Gli incendi devastano l'Amazzonia: per contrastare le scelte di Bolsonaro serve l’intervento di un organismo che superi il Programma delle Nazioni Unite.

Prima gli incendi nell’Artide, con un forte incremento registrato dalla Siberia al Canada. Senza precedenti negli ultimi 10mila anni, una carneficina per gli ecosistemi. Poi l’Amazzonia, polmone del pianeta da sempre sotto attacco speculativo, in un mortale intreccio di interessi che sfiora la pulizia etnica ai danni delle popolazioni native e l’attentato al resto del mondo in chiave di sostenibilità. In mezzo, i dati sconfortanti che arrivano dalle calotte polari e dalla Groenlandia, dove miliardi di tonnellate di ghiaccio si sono sciolte nel giro di poche settimane fra giugno e agosto, sollevando perfino gli appetiti di Donald Trump che vorrebbe comprarsi il territorio autonomo danese ricco di risorse naturali ed energetiche (petrolio, gas naturale, diamanti, oro, uranio e piombo, terre rare). Per fortuna la premier scandinava Mette Frederiksen ha risposto che la Groenlandia “non è in vendita”.

 

L’emergenza del momento, ma ormai sono tutte e sempre emergenze perché il quadro va incancrenendosi anno dopo anno sballando le serie storiche e facendo saltare ogni previsione, è tuttavia la foresta amazzonica. Nella sua parte brasiliana, quella maggioritaria nel Nord-Ovest del Paese, la deforestazione viaggia al ritmo di oltre tre campi da calcio al minuto, marciando verso il punto di non ritorno per quello che è uno dei pilastri degli equilibri climatici del globo. Insieme alle altre foreste pluviali, infatti, l’Amazzonia – grande due volte l’India ma già privata di superfici ampie come qualche Paese europeo – ci aiuta a contrastare il riscaldamento globale: senza di esse rischiamo di perdere fra il 17 e il 20% delle risorse di acqua, 6,7 milioni di km quadrati di boschi e il 20% dell’ossigeno. Senza considerare i 34 milioni di persone a rischio e il 10% della biodiversità. 

 

Eppure da quando il neopresidente brasiliano Jair Bolsonaro ha dato nuovo impulso alle politiche di sfruttamento, allentando i controlli su incendi e deforestazione e ribadendo più volte come l’Amazzonia sia una risorsa interna, pretendendo di trattare (leggi: spremere) una simile ricchezza come un asset di Stato e non un tesoro mondiale di cui disporre senza interferenze, il ritmo delle devastazioni è aumentato. Lo provano i numeri dell’Inpe, l’Istituto nazionale di ricerche spaziali brasiliano da poco epurato del suo presidente Ricardo Galvão, secondo cui dal primo gennaio al 19 agosto gli incendi in Brasile sono aumentati dell’83% rispetto allo stesso periodo nel 2018: sono circa 73mila i roghi registrati nel paese di cui il 52% proprio nella più grande foresta pluviale del mondo. 

 

Inutile nascondersi dietro i complottismi di un presidente inadeguato al gigante che deve guidare: l’uso del fuoco è appunto collegato alla deforestazione per creare spazio a coltivazioni, allevamenti, speculazioni di ogni tipo e miniere. Per l’Amazon Research Institute, non a caso, i dieci comuni amazzonici con il maggior numero di incendi sono i medesimi su cui avviene la maggior parte dei disboscamenti. Per Bolsonaro, al contrario, quella di Galvão e delle organizzazioni è una “psicosi ambientalista” e anzi gli incendi potrebbero essere stati alimentati “dalle ong, perché hanno perso i soldi che ricevevano”. Dove l’abbiamo già sentita?

 

Fin qui la cronaca, i dati, qualche cifra per capire di cosa parliamo. Elementi che evidentemente non bastano. Anzitutto in termini di mobilitazione internazionale dell’opinione pubblica: ci siamo stracciati le vesti per il tetto di Notre Dame, a Parigi (raccolte fondi, superstar, vip e celebrità pronti a scattare) ma riusciamo a fatica a svegliarci per le bestie mangiate dal fuoco in Siberia o per l’autodistruzione a cui ci sta condannando Bolsonaro e l’incredibile intreccio di interessi che vuole radere al suolo l’Amazzonia. Guardiamoci in faccia: siamo sempre un po’ più ridicoli di prima.

 

Poi in chiave politica: il Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente non basta. Un organo sussidiario dell’Assemblea generale non è più sufficiente ad affrontare il dramma. La volontarietà dei governi, l’adesione a certi principi che vengono puntualmente sconfessati, la sensibilizzazione. Roba da tempi di pace, non di guerra. 

 

Considerando la situazione che (non) stiamo affrontando, e che sta già ribaltando la nostra esistenza quotidiana, le risorse del pianeta, la sicurezza di milioni di persone, paesaggi e specie viventi e il futuro dei nostri figli, servirebbe un’organizzazione internazionale dedicata all’ambiente e in grado di effettuare indagini, intervenire nelle decisioni esecutive dei singoli Stati e comminare sanzioni internazionali. Proprio come si fa su scala finanziaria con il Fondo monetario internazionale e con la stessa Onu per le questioni più squisitamente geopolitiche, l’ambiente merita la sua Onu dedicata: un esercito – politico, s’intende – di Paesi che inizino a farsi gli affari degli altri (che poi sono i nostri), a “fare la guerra” a chi sperpera risorse naturali che considera private ma appartengono a tutti. Con gli Stati Uniti di Trump sarà per il momento impossibile ma le cose cambiano in fretta e l’Europa per una volta può fare molto: vicino all’Alto rappresentante per gli Affari esteri e la sicurezza potrebbe intanto creare la figura di un Alto rappresentante per la difesa ambientale che al contempo analizzi (ed eventualmente punisca) le politiche dei 27 Paesi aderenti (la Gran Bretagna è di fatto già fuori) così come delle aziende che si macchino dei più gravi reati ambientali e li rappresenti con una sola voce con il resto del mondo. Sarebbe un primo esempio di un ente sovranazionale dotato di poteri efficaci ad affiancare alla sensibilizzazione il potere catartico dell’azione.

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