Amanita falloide: come riconoscerla, effetti, rischi

Amanita falloide: come riconoscerla, effetti, rischi

Fonte immagine: Pixabay

L’Amanita falloide è il fungo più pericoloso esistente in natura: come distinguerlo dalle specie simili e a quali rischi va incontro chi lo ingerisce.

L’amanita falloide è il fungo più pericoloso esistente in natura, altamente tossico tanto da essere considerato letale nella maggioranza dei casi. Chiamato anche Tignosa verdognola, Tignusa morteada o perfino “angelo della morte” e “ovolo bastardo”, questo fungo basidiomicete appartiene alla famiglia delle amanitaceae e la sua pericolosità è direttamente proporzionale al suo polimorfismo, vale a dire alla capacità di mimetizzarsi e assumere le sembianze simili a diverse altre specie anche non cogeneri.

Per quanto riguarda l’habitat, l’amanita falloide cresce prevalentemente nei boschi molto frondosi, nei pressi delle latifoglie e delle conifere prediligendo querce e castagni, specialmente durante la stagione estiva e nei mesi invernali. È possibile trovare questo fungo in tutta la penisola.

Caratteristiche e come riconoscerla

Amanita falloide

Nonostante possa presentarsi in natura in forme diverse, l’amanita falloide si caratterizza per alcuni aspetti peculiari che riguardano la sua struttura:

  • il cappello ha una forma conica o emisferica di diametro compreso tra i quattro e i quindici centimetri, di colore chiaro, dal giallo al bianco virando talvolta verso il bruno;
  • il gambo si amplia verso il terreno e presenta striature chiare o verdi;
  • le lamelle sono fitte e distinte;
  • l’anello è bianco ma tende a cadere nel fungo maturo;
  • la carne è molto soda ma fibrosa, bianca.

Riconoscere l’amanita falloide è di vitale importanza e, proprio a causa della sua abilità mimetica, non è possibile soffermarsi alla sola valutazione visiva oppure olfattiva: il fungo crudo, infatti, può non emanare odori specifici e solo se impregnato di acqua è in grado di diffondere uno sgradevole odore di ammoniaca. È invece fondamentale fare riferimento a un metodo empirico efficace che si basa sull’utilizzo di acido muriatico. Precisamente, è necessario usare un foglio di carta di giornale per depositare un piccolo pezzo di fungo schiacciato in modo tale che lasci una macchia visibile, da tracciare con una matita o una penna. Proprio in questo punto si devono far ricadere poche gocce di acido muriatico e procedere con una attenta osservazione della reazione: la formazione di un alone blu dopo cinque o dieci minuti sarà la prova definitiva.

Tossicità e rischi

Amanita falloide

L’amanita falloide, come accennato, è un fungo altamente tossico e se ingerito anche in dosi minime può originare una sindrome di avvelenamento non facilmente curabile, che si rivela mortale nel settanta percento dei casi. Responsabili della tossicità di questo fungo sono due composti chimici, rispettivamente le amantine e le falloidine. Se le prime possono bloccare l’enzima RNA (polimerasi), le seconde danneggiano in modo irreversibile lo stomaco, l’intestino e il fegato. Entrambe le tossine, inoltre, sono termoresistenti e non possono essere neutralizzate con la cottura.

Per quanto riguarda gli effetti che si manifestano dopo l’ingestione dell’amanita falloide, è possibile che trascorrano anche dodici ore dall’assunzione prima di avvertire i primi sintomi. Questi ultimi, assenti durante l’incubazione, si manifestano seguendo alcune fasi ben distinte:

  • i primi malesseri a livello gastrointestinale si avvertono trascorse dalle dodici alle quaranta ore dall’ingestione del fungo, tra cui nausea, vomito e diarrea incontrollabile;
  • disidratazione e acuta insufficienza renale grave;
  • aumento esponenziale dei livelli di bilirubina e transaminasi, condizione che provoca diverse emorragie interne;
  • insufficienza epatica grave e necrosi del fegato, stato che porta quasi sempre alla morte.

In caso di avvelenamento è possibile tentare alcuni rimedi, come la lavanda gastrica, tuttavia le probabilità di guarigione dipendono dalla tempestività dell’intervento. In ogni caso, è molto probabile che anche in caso di sopravvivenza sia necessario sottoporsi al trapianto del fegato.

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