Si è spento Yongki, un elefante particolarmente famoso in Indonesia per le sue attività da vero e proprio guardiano delle riserve di Sumatra. Il pachiderma, di 35 anni, è purtroppo stato rinvenuto senza vita disteso nella fitta vegetazione, con le zanne rimosse e la lingua blu: un segno, questo, di avvelenamento. Secondo quanto riportato dalle fonti internazionali, Yongki sarebbe l’ennesima vittima delle azioni criminali dei bracconieri, pronti a tutto pur di alimentare il mercato asiatico dell’avorio.

La storia di questo esemplare è certamente peculiare, tanto da giustificarne la fama locale. Yongki, addestrato sin dalla giovane età, svolgeva infatti il compito di guardiano presso il Bukit Barisan National Park, sull’isola di Sumatra, dove era ben voluto dalla popolazione locale. L’elefante, infatti, non solo pare tenesse alla larga bracconieri e malintenzionati, ma con la sua presenza sembra riuscisse ad allontanare altre specie selvatiche dalle zone abitate e dai campi. Purtroppo, però, il pachiderma di 35 anni è stato rinvenuto pochi giorni fa senza vita, privato dei suoi tre metri di zanne e avvelenato fino allo morte. Un’evidente azione da parte dei bracconieri, spiegano le fonti locali, mentre sui social network è montata la protesta prima del pubblico indonesiano, poi a livello internazionale. La vicenda, accompagnata dall’hashtag #RIPYongki, è stata da molti associata al caso del leone Cecil.

La notizia del decesso dell’animale è giunta da Timbul Batubara, uno dei responsabili del parco, il quale ha confermato anche le modalità con cui i cacciatori di frodo l’avrebbero ucciso.

Gli elefanti di Sumatra sono uno dei gruppi più a rischio di estinzione, poiché la conversione degli habitat naturali in centri urbani, così come il crescente spazio sottratto alle foreste dalle piantagioni, ne hanno modificato l’ambiente ideale. La vera piaga, tuttavia, arriva però dal bracconaggio: così come accade in Africa, anche in Indonesia i pachidermi sono al centro delle attenzioni dei criminali, data la possibilità di rivendere l’avorio a peso d’oro sui mercati asiatici, sia per la produzione di oggetti di lusso che come rimedio per la medicina tradizionale. Nel frattempo, la polizia e le organizzazioni internazionali indagano senza sosta nel tentativo di identificare i responsabili di una simile crudeltà.

23 settembre 2015
Fonte:
CNN
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