Sui dazi al fotovoltaico cinese c’è ancora incertezza, e l’Europa sembra spaccata su questi metodi che hanno come obiettivo quello di colpire le importazioni cinesi del settore.

L’eccessiva competitività dei prodotti made in China, considerata da molti analisti frutto di una vera e propria scorrettezza commerciale, potrebbe dunque essere limitata artificialmente da pesanti balzelli. Per i colossi di Pechino, questo può essere un duro colpo.

Per correre ai ripari, oltre a fiere proteste contro la decisione europea e a qualche minaccia di ritorsione, in oriente stanno pensando anche a soluzioni più amichevoli. ad esempio Yingli, multinazionale cinese che non ha bisogno di presentazioni, sta valutando se aprire a partnership europee e statunitensi.

L’outsourcing di moduli fotovoltaici in Europa e Stati Uniti, o delle joint venture europee o statunitensi nella realizzazione di moduli potrebbero mettere al riparo Yingli dai dazi. Non si tratta di decisioni già prese, ma a detta di Darren Thompson, managing director di Yingli Green Energy International, queste opzioni sono valutate attentamente dalla società. In questo modo, anche se i costi di produzione aumenterebbero, il dazio anti-dumping sarebbe superato.

Idee simili sono condivise, fra l’altro anche da altre aziende, come la ReneSola e la China Sunergy. Bisognerà vedere come reagiranno le istituzioni europee a questa idea, che da un lato svicola il dazio, dall’altro costringe i cinesi a investire in territorio europeo, permettendo magari ad alcune fabbriche di riaprire.

30 maggio 2013
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