Il WWF ha lanciato, ormai da un po’ di tempo, una campagna volta al salvataggio delle tigri. La celebre associazione ambientalista chiede una mano a tutti noi per invertire un trend drammatico. Basti pensare, in questo senso, come il numero di tigri selvatiche sia ormai di poco superiore ai tremila esemplari.

Per capir meglio la situazione e quali sono i piani di intervento pensati dal WWF, abbiamo deciso di intervistare Isabella Pratesi, Direttore Politiche di Conservazione Internazionali per il WWF Italia.

Ad inizio ‘900 vi era una popolazione mondiale di circa centomila tigri. Oggi ne restano appena tremiladuecento. Di nove specie conosciute, tre sono già estinte, due sono in situazioni disperate, le altre sembrano averne per poco tempo in più. Cosa ha causato questo vero e proprio sterminio?

La principale causa che sta portando alla scomparsa delle tigri è la distruzione dell’habitat. Nessun habitat del regno della tigre, sia che si tratti delle steppe dell’Altai-Sayan in Nepal, sia che si tratti delle foreste di mangrovie in India, o delle temperate della Siberia e delle jungle nel cuore del Borneo si è sottratto alla capacità distruttiva della nostra specie. Una specie incurante del terreno che divora, delle risorse naturali che distrugge, delle foreste che brucia, del terreno che erode e delle acque che inquina. A questo fenomeno si aggiunge un’altra piaga ancora più triste: il bracconaggio. Ancora oggi purtroppo le tigri vengono intrappolate, uccise e spellate per soddisfare la folle richiesta di parti del corpo di questo meraviglioso felino da parte della medicina tradizionale cinese e dei collezionisti di trofei.

Le tigri sono presenti in vari territori e vaste aree del pianeta: dalla Siberia alle giungle indiane, passando per l’arcipelago malese, alla Cina. Com’è possibile che la situazione sia pressoché la medesima in tutti questi luoghi? Possibile che non esista alcuna “isola felice” per le tigri?

No purtroppo non esiste un’isola felice per le tigri, così come non esiste per i rinoceronti, per gli elefanti o per i leoni. Quello che però possiamo dire, e dobbiamo esserne veramente contenti, è che in alcuni paesi (troppo pochi ancora), come il Nepal, il numero delle tigri si è stabilizzato se non addirittura in aumento. Proprio quest’anno il WWF ha potuto festeggiare un piccolo ma significativo aumento di tigri in Nepal.

Col 97% di tigri in meno in poco più di un secolo, non vi capita di pensare che sia ormai troppo tardi? Qual è il danno procurato alla diversità genetica della specie? E che prospettive di salvataggio concrete esistono?

Si, il danno è disastroso. Se il trend attuale di scomparsa continua nella sua micidiale corsa, fra pochi anni, una vera e propria manciata, non avremo più le tigri. Però noi pensiamo che si possa fare qualcosa, anzi tantissimo. Il fatto che nel 2010 tutti i paesi che ospitano le tigri abbiano deciso di invertire la rotta sottoscrivendo impegni e piani di azione è un segnale molto ma molto importante. Il grandissimo lavoro che il WWF sta facendo in tutto il mondo dichiarando una guerra senza frontiere al bracconaggio sta anche dando i primi significativi risultati. L’entusiasmo con cui persone e istituzioni da tutto il mondo hanno deciso di darci una mano ci fa sperare molto bene. Il nostro sogno è quello di riuscire a invertire il tasso di scomparsa delle tigri iniziando già dal 2016 iniziare a segnare i primi punti della rimonta. È la sfida più bella e più giusta che ognuno di noi possa dedicare alla natura.

3200 è un numero davvero irrisorio, se consideriamo le 9 specie conosciute. Da esterno alla questione, viene da pensare che probabilmente le tigri in cattività siano ormai più di quelle libere nel loro habitat. Può smentire questa impressione?

No purtroppo il dato è vero. I nostri ricercatori hanno appurato che solo negli Stati Uniti d’America esiste un numero di tigri in cattività ben superiore a quelle in natura. Fondamentalmente le tigri sono dei grandi e meravigliosi gattoni che riescono a sopravvivere anche in cattività. È vero però che una tigre nata in cattività potrà essere con grande difficoltà o forse mai essere rintrodotta in natura. Una ragione in più per difendere le popolazioni selvatiche.

Come giudica la politica di conservazione della specie messa in atto ultimamente dai vari Paesi in questione: Cina, India, Russia, Malesia, ecc.?

Più che giudicarla preferiamo verificarla: per adesso le dichiarazioni politiche e sulla carta sono molte. Aspettiamo però di vedere ufficiali e politici rimboccarsi le maniche e venire sul campo con noi a combattere la piaga del bracconaggio o a ricreare e proteggere ambiente distrutti o degradati per riportare le tigri da dove sono scomparse. Per salvare le tigri dall’estinzione oggi come oggi ci vuole una volontà ferma e molta molta passione. Speriamo che tutti i paesi riescano a trovarla. In questa lotta abbiamo bisogno veramente di tutti, Myanmar a Laos, dall’India al Bangladesh, dalla Cina al Nepal, passando per la Russia, il Vietnam, la Cambogia, la Thailandia e finendo in Buthan, Malesia e Indonesia.

Ci racconta i dettagli della vostra iniziativa? Ci invitate a “cambiare il destino” della tigre, ma esattamente che attività avete intenzione di mettere in atto?

Quello che vogliamo fare è cambiare il mondo delle tigri per salvare le tigri: vogliamo azzerare il bracconaggio che è diventato uno dei più grandi mercati di morte e di profitti lavorando in collaborazione con i governi, le agenzie internazionali e l’interpol. Vogliamo accompagnare i bracconieri colti in flagrante ai processi affinché le pene esemplari possano essere da deterrente. Vogliamo insegnare alle comunità locali a convivere con le tigri risolvendo con la prevenzione conflitti che troppo spesso finiscono con l’uccisione della tigre. Vogliamo assicurarci che le aree protette per le tigri, sia che si trovino in Nepal, in India, in Cina o altrove, siano veramente protette. Vogliamo lavorare al fianco dei rangers per aiutarli a trovare nuovi strumenti e nuove tecnologie per sconfiggere i bracconieri sul campo. Vogliamo portare avanti le nostre ricerche per essere sicuri di controllare e protette tutte le tigri rimaste, rispettandone le esigenze e le abitudini. E poi, soprattutto, vogliamo raccontare alla gente del mondo la storia della tigre, che deve assolutamente essere una storia a lieto fine, dove le tigri sopravvivranno per noi e per le generazioni che verranno dopo di noi.

Una delle cause accertate della diminuzione drastica di tigri è il bracconaggio. Ma perché cacciare una tigre? Quanto rende al mercato nero un esemplare adulto abbattuto?

Il valore di una tigre può variare da luogo a luogo, da paese a paese. Ogni parte del corpo della tigre ha un mercato: sia che si tratti delle vibrisse che della coda, delle ossa o della pelle, della cistifellia o delle unghie. Purtroppo esistono tradizioni perverse e credenze millenarie che considerano la tigre un antidoto a praticamente tutto: dalle febbri all’impotenza, dai reumatismi alla stanchezza.

Il recente caso degli attivisti di Greenpeace arrestati in Russia ha rimesso in luce le difficoltà associate ad un impegno come il vostro. Quanto è difficile lavorare in situazioni culturali e politiche così varie e a volte non ideali?

È molto ma molto difficile. Per nostra natura tendiamo a non sbandierare le infinite difficoltà che incontriamo ogni giorno, ma anche tra i nostri colleghi ci sono moltissimi casi di vero e proprio eroismo. Spesso il lavoro è sul filo del rasoio e si entra in contatto con situazioni molto pericolose e non gestibili. Spesso diamo fastidio ad interessi grandi e piccoli. Spesso dobbiamo fare i conti con amministrazioni e politici che non hanno a cuore la conservazione della natura. Personalmente ho perso tre meravigliosi collegi scomparsi sul campo mentre cercavano di cambiare qualcosa per un mondo diverso, che lasci un po’ di spazio a tigri, rinoceronti, elefanti e gorilla.

Ringraziando Isabella Pratesi per l’intervista, vi segnaliamo la pagina del WWF che lancia l’iniziativa. Sostenerla può voler dire dare una speranza ad un animale magnifico, che rischia di restare solo una specie da zoo/museo.

23 ottobre 2013
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I vostri commenti
Renato Cappellari-Udine, lunedì 14 marzo 2016 alle17:53 ha scritto: rispondi »

Carissimi Ho saputo che l'Unione Europea ha emanato una direttiva (1169/2011) che obbliga i produttori di mettere in etichetta tutti i singoli oli presenti nell'alimento. In Borneo ,come voi affermate, vorreste tutelare sia le immense foreste che vengono distrutte (anche con il fuoco) ,per coltivare le palme da olio , che tigri, elefanti ,ecc in pericolo di estinzione. Alcune ditte produttrici di alimenti che usano l'olio di palma sostengono di non approvvigionarsi di quell'olio in quella regione ,anzi si battono per gli stessi vostri ideali: tigri e deforestazione. Inoltre su un quotidiano nazionale si sostiene che perfino il wwf e Greenpeace sono d'accordo con loro.(produttori ) Vorrei sapere come si fa a conoscere la provenienza dell'olio di palma contenuto in quegli alimenti ? Renato Cappellari-Udine

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