Dal 1970 al 2010, la Terra ha perso oltre il 52% dei suoi animali, il tutto a causa dell’inquinamento e alla modifica irreversibile di alcuni habitat naturali. È il dato terrificante che emerge dal report biennale Living Planet, presentato dalla Zoological Society Of London e dal WWF. Un incredibile patrimonio di biodiversità, di specie animali e di ecosistemi ormai per sempre perduti, a causa della scarsa lungimiranza dell’uomo nel proteggere il proprio pianeta.

Il documento, pubblicato ogni due anni, spiega come il genere umano richieda il 50% in più delle risorse a cui la natura può provvedere in un anno, con la conseguenza della deforestazione, del consumo di acqua potabile più di quanto ammissibile e, non ultimo, con l’aumento indiscriminato delle emissioni di anidride carbonica in atmosfera. Tutti questi fattori hanno un impatto devastante sugli ecosistemi e, di conseguenza, anche su molte specie animali che non hanno più a disposizione habitat consoni alla loro esistenza.

La percentuale preoccupante arriva dall’analisi di oltre 15.000 animali, tra pesci, uccelli, anfibi, rettili e mammiferi appartenenti a 3.169 specie diverse. E non solo il 52% di questo patrimonio è andato perduto, ma la realtà è decisamente più grave di quanto precedentemente ipotizzato: nel 2008, infatti, si stimava un tasso di perdita pari al 28%.

Rispetto alle edizioni passate, questo report riporta il nuovo marcatore Living Planet Index, per studiare lo stato di salute di 45.000 specie animali ancora esistenti. L’ambiente più a rischio è quello dei fiumi e dei corsi d’acqua in generale, dove il 75% della popolazione faunistica è andata incontro a morte a causa di dighe, scarichi industriali e altre forme di inquinamento. Per quanto riguarda le varietà di terra, invece, sono le specie africane ad aver subito la maggiore riduzione: a causa di bracconaggio e altre forme di sterminio deliberato, elefanti, rettili e tartarughe sono le specie più a rischio. Fra queste ultime, purtroppo, la popolazione di quelle marine è crollata dell’80%. Così come spiega Ken Norris, direttore del dipartimento di scienze alla Zoological Society Of London, non si tratta però di un destino inevitabile. Modificando le modalità con cui l’uomo vive e accede al territorio, il processo può essere invertito:

Questo danno non è inevitabile, ma è una conseguenza del modo con cui scegliamo di vivere.

La lezione potrebbe arrivare da alcune delle nazioni in via di sviluppo del mondo – come India, Indonesia e la Repubblica del Congo – capaci di rimanere all’interno del footprint di assorbimento della Terra per le loro necessità, sebbene anche in questi paesi persistano dei gravi problemi di inquinamento. La via occidentale alla vita, invece, non è più perseguibile. È il report stesso a spiegarlo:

Se tutte le persone del Pianeta presentassero il footprint del residente medio del Qatar, avremmo bisogno di 4,8 pianeti. Se vivessimo tutti con il tipico stile di vita di un cittadino USA, necessiteremmo di 3,9 pianeti.

La protezione degli animali passa quindi da una sfida a cui l’uomo è chiamato. Sarà una battaglia vinta?

30 settembre 2014
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