La vitamina D è da tempo oggetto di diversi studi in ambito psicoterapeutico: bassi livelli di questo micronutriente essenziale sono stati infatti correlati allo sviluppo di depressione. I dati della ricerca scientifica, però, non sono orientati a definire il deficit di vitamina D come causa della malattia depressiva, ma a comprendere perché nella maggior parte dei pazienti siano riscontrabili bassi livelli di questo elemento.

In una recente revisione, pubblicata sul New England Journal of Medicine, sono stati esaminati 14 studi in cui sono stati arruolati in tutto 31.424 partecipanti. I ricercatori hanno trovato una forte correlazione tra depressione e mancanza di vitamina D: più bassa era la concentrazione serica, maggiore era la probabilità di soffrire del disturbo.

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Questi dati sono rafforzati anche da piccoli studi osservazionali, che hanno dimostrato come la somministrazione di vitamina D, in gruppi di pazienti affetti da depressione, abbia migliorato il tono dell’umore e della qualità di vita. Una conferma in questo senso riguarda anche le ricerche condotte sulla depressione stagionale (SAD), ossia la Sindrome Affettiva Stagionale.

Cos’è la depressione stagionale

La Sindrome Affettiva Stagionale, detta anche depressione stagionale, è una condizione che si manifesta – come definito nel DSM-IV, ossia il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali – in modo ricorrente in alcune stagioni. Di norma, coinvolge estate e inverno.

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Secondo i dati epidemiologici, la sindrome si verifica più spesso in età adulta e, nella maggior parte dei casi, riguarda individui di sesso femminile. Alcuni dati dimostrano che circa il 25% della popolazione lamenti, al cambiamento della stagione, calo del tono dell’umore, alterazione del ritmo del sonno e di conseguenza difficoltà socio-lavorative.

Vitamina D e depressione stagionale

Gli studi condotti ad oggi, sebbene non ancora conclusivi, dimostrano come nei pazienti affetti da disordine affettivo stagionale la maggior parte soffra anche di un deficit di vitamina D. Poiché la produzione di questa vitamina è strettamente correlata con l’esposizione alla luce solare, sono stati condotti studi di confronto tra la somministrazione diretta della vitamina D e la fototerapia.

I dati hanno dimostrato che l’integrazione è più efficace della fototerapia per reintegrare la giusta concentrazione del micronutriente e migliorare i parametri di controllo della malattia: tono dell’umore, interazione sociale e benessere generale. Si tratta, chiaramente di risultati preliminari, da confermareconfermare con altri studi.

Fattori di rischio per la carenza di vitamina D

Ecco i fattori che possono contribuire a determinare bassi livelli di vitamina D:

  • scarsa esposizione solare: infatti quest’ultima è la principale fonte di vitamina D per la maggior parte delle persone;
  • alimentazione generale, povera di cibi che apportino in modo naturale questa vitamina, come sono ad esempio il salmone: lo sgombro, l’olio di fegato di merluzzo;
  • carnagione naturalmente più scura: elevati livelli di melanina riducono la produzione di vitamina D nella pelle;
  • residenza in aree scarsamente esposte: come capita ad esempio a chi vive in negli Stati alle alte latitudini;
  • obesità: un indice di massa corporea maggiore di 30 è in genere correlato al maggior fabbisogno di vitamina D, per mantenere i normali livelli sierici;
  • età: l’avanzare degli anni può contribuire alla carenza di vitamina D e, nei soggetti più anziani, questa condizione può essere peggiorata dalla scarsa propensione o possibilità di uscire.

Chiaramente, l’ambito degli studi sulla depressione è estremamente complesso e la raccolta dei dati per identificare le correlazione con il deficit della vitamina D lo è altrettanto. A oggi, è corretto considerare i dati preliminari e sostenere semplicemente che, in caso di depressione stagionale spesso i pazienti soffrono anche di un deficit di vitamina D: la somministrazione della stessa sembra migliorare alcuni parametri.

9 ottobre 2017
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