Le sostanze fisiologiche rilasciate da pesci e altri animali marini possono incidere fortemente sulla composizione chimica degli oceani e, non ultimo, possono contribuire al mantenimento degli habitat. È quanto svela una ricerca condotta dall’Università di Washington e pubblicata su Proceedings of the National Academy of Science: il ruolo di urea e ammoniaca rilasciate dagli animali, l’equivalente della nostra urina, può aiutare a comprendere lo sviluppo e la salute dei mari.

I ricercatori hanno osservato le grandi migrazioni di piccoli animali marini, dal plancton ai crostacei, scoprendo come abbiano effetti determinanti su larga scala. In particolare, da diversi anni si studia perché alcune specie passino gran parte del loro tempo sui profondi fondali marini, dove l’ossigeno è ridotto, e come la vita possa svilupparsi in queste condizioni. A quanto pare, le emissioni dei pesci hanno ruolo rilevante in questo processo.

Mentre durante la notte le piccole colonie di pesci tendono a risalire in superficie, di giorno impiegano diverse ore per scendere fino a 600 metri di profondità. Le loro emissioni solide cadono sul fondale, mentre i liquidi sono rilasciati gradualmente. Nel tentativo di comprendere come questi animali sopravvivano in zone dell’oceano a bassa concentrazione di ossigeno – la gran parte è utilizzata da batteri per le operazioni di decomposizione dei materiali di rifiuto o i resti di esemplari deceduti – il team di ricerca ha utilizzato degli speciali sonar per stabilire dove gli animali migrino e quale profondità.

Stando ai dati raccolti, è emerso che nelle aree più profonde dell’oceano, l’ammoniaca rilasciata da alcuni animali giochi un ruolo fondamentale nella conversione dell’ammonio e altre molecole in azoto. Questo funge da fertilizzante ed è indispensabile per la flora marina.

Crediamo che i batteri compiano gran parte del lavoro, ma gli effetti degli animali sono sufficienti per alterare il tasso di queste reazioni.

Queste scoperte saranno fondamentali per comprende in futuro lo stato di mari e oceani, poiché i cambiamenti climatici comporteranno una diminuzione dell’ossigeno disciolto in acqua, espandendo così le zone a bassa densità della molecola. Analizzare i residui di ammoniaca e altri prodotti non solo permetterà di comprendere fino a che profondità si spingano certe specie di pesce, ma permetterà di predire sia le eventuali modifiche sull’habitat che le possibili risposte d’adattamento dell’oceano a temperature più alte. Un’evoluzione, quella futura, di cui proprio le varietà più piccole e migranti avranno un ruolo fondamentale.

10 ottobre 2014
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