Assocarboni, che rappresenta 90 aziende fra produttori di energia elettrica, importatori, rappresentanti di società estere, commercianti, utilizzatori di carbone (come i cementifici e le acciaierie) e molti altri soggetti del settore, descrive il mix energetico nazionale come una “anomalia italiana”. Questo perché, a fronte di una percentuale media del 39% dell’energia elettrica prodotta dal carbone nel mondo, e del 33% in Europa, in Italia l’energia dal carbone copre appena il 12%.

Considerando che l’Italia non ha centrali nucleari il resto dell’energia elettrica è prodotto soprattutto dal gas naturale (per il 60%), dal petrolio (per l’8%) e dalle rinnovabili (per il 20%). Va subito precisato che sono dati riferiti al 2009, tanto che quelli 2011 mostrano una fetta delle rinnovabili che sfiora il 25%.

Tutto questo, che in ogni altro Paese del mondo sarebbe un vanto e uno stimolo a ridurre la quota gas in favore di quella rinnovabile, per Assocarboni è un problema:

Così, a oggi, mentre l’Europa continua a basare la propria produzione elettrica per almeno il 60% sull’accoppiata nucleare e carbone, l’Italia sta andando per la stessa percentuale a gas naturale con rilevanti implicazioni sulla sicurezza e la competitività delle fonti di approvvigionamento. Il sistema elettrico italiano è dunque costretto ad accettare i prezzi del gas fissati dal “duopolio” non essendoci, a causa della lontananza e quindi di un eccessivo eventuale costo di trasporto, fonti alternative. Infatti il gas naturale è importato da Algeria e Russia, considerate altamente instabili politicamente, e arriva in Italia attraverso gasdotti. Risparmio energetico e frenata economica, sono stati elementi che hanno contribuito nel 2009 a contenere i consumi italiani di energia.

Questo, secondo Assocarboni, porta a un costo eccessivo dell’energia elettrica in Italia a danno soprattutto dei grandi clienti industriali:

Tali conseguenze sono particolarmente sentite soprattutto da parte delle utenze industriali: secondo l’ultima relazione annuale dell’Autorità per l’Energia, le imprese italiane infatti sono costantemente costrette a fronteggiare prezzi al di sopra della media europea, con pesanti ripercussioni sulla competitività soprattutto in quei settori caratterizzati da forti consumi energetici (ad esempio, carta, acciaio, ecc.).

Considerato anche il fatto che le grandi industrie energivore hanno usufruito già di uno sconto corposo sull’energia elettrica (pagato dai clienti domestici nella loro bolletta) dal 1995 al 2009, poi prorogato per Sicilia e Sardegna grazie alla legge “Salva Alcoa“, ragion vorrebbe che prima di chiedere un ulteriore sconticino si investa almeno un po’ in efficienza energetica nei grandi impianti italiani. Ma per Assocarboni non è così che devono andare le cose:

La tendenza mondiale manifestata quella di un aumento relativo della produzione termoelettrica da carbone, in considerazione della sua maggiore economicità e stabilità del prezzo rispetto alle altre fonti

Certo, chi di mestiere fa carbone non può che difendere il carbone. Tanto quanto l’oste dice sempre che il vino è buono. Ma è anche il caso di far notare ad Assocarboni e ai suoi grandi clienti industriali che se il Governo accettasse anche solo in parte le sue proposte incentivando ulteriormente le centrali a carbone ne deriverebbe un forte incremento delle emissioni di CO2 per il nostro paese. Con conseguente sforamento degli obblighi europei sulle emissioni e ulteriori costi a carico del contribuente per le salate multe. Ma questo l’oste non lo dice mai.

| Il Sole 24 Ore

5 aprile 2012
In questa pagina si parla di:
Fonte:
I vostri commenti
Dario Sciunnach, venerdì 23 novembre 2012 alle12:47 ha scritto: rispondi »

ma per una volta è un'anomalia con importanti profili virtuosi!

R Sorgenti, martedì 19 giugno 2012 alle9:43 ha scritto: rispondi »

A volte può sorprendere il diverso modo di interpretare i numeri ed i concetti, soprattutto quando si parte da un evidente preconcetto che, prima di tutto, non vuol vedere la realtà per come si presenta a livello sia europeo che mondiale.   Infatti, il redattore di questo articolo surrettiziamente ipotizza che ad Assocarboni non interessi che l'industria cerchi di ulteriormente migliorare la propria "efficienza energetica", così da consumare meno combustibili, qualunque questi siano. Nulla di più erroneo e fuorviante.   Il vero problema che invece si fa finta di non comprendere è che l'anomalia italiana è di tutta evidenza e neppure un cieco (se gliela raccontano) avrebbe dubbi al riguardo. Ed allora, facendo finta di non sapere che in Italia l'industria ha già parametri di efficienza significativi e migliori dei suoi paralleli europei e mondiali, si tenta di contrastare l'emersione all'attenzione del cittadino dell'anomalia italiana, tentando di giustificare la non correzione di tale squilibrio con un possibile problema di aumento di emissioni di CO2 ed il conseguente aumento degli oneri per l'acquisto di eventuali quote mancanti di emissione.   Peccato che la ragione di tale evenienza, è l'anomala ridotta assegnazione di quote di emissione di CO2 all'Italia, rispetto a quanto invece assegnato ai ns. principali concorrenti in Europa (Germania, Francia, U.K., Olanda, ecc.), nettamente inferiore a quanto sarebbe stato corretto fare con una ripartizione "equa e proporzionale" in funzione delle caratteristiche di base del Paese nel confronto con i suoi concorrenti Europei. Infatti, nel 1998 quando fu deciso il B.S.A. (Burden Sharing Agreement, in applicazione del Protocollo di Kyoto), all'Italia furono sottratti ben 100 milioni di tonn./anno di emissioni di CO2, generosamente invece distribuite ai ns. concorrenti sopra citati. E così l'Italia, che è indubitabilmente il Paese più virtuoso d'Europa in termini sia di emissioni procapite di CO2 che di consumo procapite di combustibili, qualora dovesse saggiamente diversificare ed equilibrare il proprio "Mix delle Fonti" per la produzione elettrica (così da consentire una possibile riduzione del rischio strategico e del prezzo dell'elettricità per i vari usi industriali), si troverebbe ad avere insufficienti quote di CO2 assegnate ed a doverle quindi acquistare sul mercato! Fantastico, vero?   D'altra parte, anche la "prova del 9" (cioè la verifica indiretta di quanto sopra) è data dal fatto che per la Germania, che produce ben il 42% dell'elettricità a casa propria (peraltro anche più del doppio di produzione assoluta rispetto a quanto facciamo noi in Italia), non si trovano nelle stesse condizioni di carenza di quote di emissione di CO2 assegnate, mentre l'Italia con il solo 12% di produzione da Carbone, avrebbe delle carenze di quote! Peraltro, quello che sarebbe anche importante dire e sapere è che le emissioni di CO2 dovute alla produzione elettrica in Italia sono solo per un terzo (circa 36 milioni di tonn./anno) dovute al Carbone, mentre i circa due terzi (per oltre 65 milioni di tonn./anno) sono dovute alla combustione del Gas Metano ed all'Olio Combustibile! E tutto questo senza andare a conteggiare le emissioni "pre-combustione" derivate al momento dell'estrazione del Metano dai giacimenti (un chiaro esempio, seppure parziale, è citato nell'articolo relativo allo "Shale Gas" con il "flaring" a cui dovrebbe poi aggiungersi il "venting"! Insomma, se ci raccontassero la storia nella sua totalità, anche il peggior pessimista dovrebbe riconoscere che il pregiudizio verso il Carbone è del tutto immotivato.

Lascia un commento