L’ormai 100% francese Edison non mostra alcuna preoccupazione riguardo alle forti resistenze avanzate dai siciliani al suo progetto di raddoppio della piattaforma petrolifera Vega nel Canale di Sicilia, ad un soffio da quel limite delle 12 miglia voluto dalla Prestigiacomo e poi confermato da Passera e Clini.

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In una intervista il responsabile Operations Edison in Sicilia Sten Stromberg spiega perché l’azienda vuole spendere 100 milioni di euro per costruire una nuova piattaforma accanto a quella già esistente dal 1987:

La volontà di realizzare un’altra piattaforma, la Vega B, nasce dal fatto che dalla piattaforma Vega A si riesce a produrre solo da una parte del giacimento che abbiamo in concessione e la produzione sta pian piano declinando. Si prevede che se non si farà niente fra alcuni anni, non oltre 5 o 6, l’attività sul campo non sarà più economica e in quel caso chiuderemo.

L’attività adesso, così com’è, da lavoro direttamente a 150 persone e poi c’è un indotto stimato in altrettante persone. La seconda piattaforma Vega B sarà molto più piccola di quella attuale, avrà il peso di un quinto di Vega A, sarà una struttura satellitare dalla quale si riesce a fare estrazione nel resto del giacimento, quello che non riusciamo a fare dal Vega A. Con questo investimento la vita del campo sarà drasticamente prolungata, di almeno 20-25 anni.

Riguardo alle preoccupazioni degli ambientalisti e delle amministrazioni locali che, seppur in ritardo, hanno presentato osservazioni negative alla richiesta di Valutazione di Impatto Ambientale, Edison risponde:

Siamo convinti che la maggioranza delle persone vuole avere questa attività. Le voci che si sentono sono una minoranza rumorosa. Non abbiamo intenzione di fare niente tranne che raccontare i fatti, la verità dell’investimento, le ricadute economiche locali, che sono notevoli.

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Poi Stromberg, dopo aver affermato che il cantiere per costruire la piattaforma darà lavoro in abbondanza ai siciliani, conclude:

Il nostro è un olio a chilometro zero per Gela, un greggio pesante con poca gasolina, particolarmente adatto per la produzione di asfalto. Il nostro olio grezzo si trova principalmente sulle strade sotto forma di asfalto, è quello che è sotto i nostri piedi e le auto, in giro per le strade siciliane.

Olio a chilometro zero, da raffinare a un tiro di schioppo: a Gela. Ecco il disegno di Edison ma anche di ENI, che possiede il 40% della concessione offshore Vega e il 100% della raffineria gelese. Bisogna ora fare il punto della situazione: il giacimento Vega è geologicamente diviso in due e la piattaforma già esistente non riesce a estrarre tutto il petrolio, neanche con le trivellazioni orizzontali normalmente usate per l’estrazione di petrolio offshore. Se non si costruirà la seconda piattaforma, quindi, tra cinque o sei anni quella già esistente potrà chiudere i battenti, avrà finito il suo lavoro.

Di conseguenza, dovrà essere messa in sicurezza, smantellata e riportata a terra. Un lavoro non da poco, il “decommissioning petrolifero”, che comporterebbe costi ingenti per l’azienda. Allo stesso tempo verrebbe a mancare una parte non indifferente del petrolio trattato nella raffineria di Gela.

L’impianto, da maggio 2012, è quasi fermo: su tre linee produttive due sono state bloccate perché non sono più redditizie e 400 lavoratori sono stati messi in cassa integrazione. Per altri 300, dell’indotto, è scattata la stessa misura. Allo stesso tempo ENI ha annunciato investimenti nella raffineria per 480 milioni di euro necessari a rendere l’impianto conforme alle oltre 100 prescrizioni richieste dal Ministero dell’Ambiente quando ha concesso l’Autorizzazione Integrata Ambientale.

In pratica la raffineria ENI di Gela al momento sta lavorando solo la linea produttiva che tratta il petrolio locale estratto dalla Vega, dalle altre piattaforme offshore e dai pozzi onshore siciliani. La verità è che quella raffineria, così com’è, è troppo vecchia: non è competitiva né a livello ambientale né economico con gli impianti più moderni costruiti di recente in Asia.

Se tra qualche anno dovesse venire a mancare l’afflusso di petrolio per dalla Vega la situazione peggiorerebbe ulteriormente e anche per la raffineria di Gela, nello scenario peggiore per ENI, si potrebbe profilare la chiusura e, di nuovo, il decommissioning. Che sarebbe ancora più costoso di quello della piattaforma Vega, viste le dimensioni della raffineria gelese nata per trattare ben 100 mila barili al giorno di olio.

Ma se chiude la raffineria di Gela sono guai anche per Edison, che in Sicilia ha il 25% del permesso di ricerca Tresauro (45% ENI, 30% Irminio) e il 100% del permesso di ricerca Paternò. Oltre alla totalità della concessione di coltivazione Comiso 2, attualmente in attesa di proroga, e il 25% della concessione Sant’Anna (45% ENI, 30% Irminio).

Come è facile capire, quindi, gli interessi di Edison in Sicilia sono molti e spesso legati a doppio filo con quelli di ENI. E il raddoppio della piattaforma petrolifera Vega non è solo una questione legata al singolo giacimento offshore ma una faccenda ben più complicata di quanto l’azienda racconti sui giornali locali.

22 gennaio 2013
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I vostri commenti
Angelo, martedì 22 gennaio 2013 alle20:05 ha scritto: rispondi »

Macchè km.0 ! Ma Sigg.Edison, lo consultate l'elenco sismico ngv ? Provate a dare un'occhiata e scoprirete la sequenza giornaliera di eventi sismici degli ultimi mesi tra Calabria e Sicilia ! O volete emulare gli scienziati geologi e protezione civile che snobbarono le scosse ammonitrici di 3 anni fa in Abbruzzo ?!

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