Le trivelle sono sicure. Si tratta di una tecnologia d’eccellenza su giacimenti che non hanno nessuna affinità con quelli del Golfo del Messico. Chi ha un poco di memoria ricorderà una certa assonanza di questi concetti, con quelli che hanno interessato il nucleare sia durante il primo del 1987, sia durante il secondo del 2011, fino a quando arrivò Fukushima che sconvolse tutte le previsioni, fallaci, fino ad allora prodotte dai filonucleari, che anche nel 2011 continuavano a citare il rapporto Rasmussen che dava la probabilità della fusione di un nocciolo di un reattore nucleare a una su un milione. Ossia che dovrebbe verificarsi una volta ogni milione di anni. Siamo a tre fusioni di centrali nucleari nel giro di 32 anni.

Anche solo per questa ragione già varrebbe la pena d’evitare certe affermazioni circa l’innocuità delle trivelle nel Mar Mediterraneo, ma si sa, l’ottimismo, di parte è duro a morire. Vediamo quindi quali sono le problematiche ambientali delle trivelle. Secondo una serie di dati chiesti da Greenpeace al Ministero dell’Ambiente tramite un accesso agli atti – parziale visto che sono stati forniti i dati solo di 35 impianti, su circa 140 – nei sedimenti presenti presso gli impianti nel 75% dei casi si trova almeno una sostanza inquinante oltre i limiti di legge. Le rilevazioni sono state fatte da Ispra, un organo istituzionale che dovrebbe dare garanzie elevate d’imparzialità. Peccato, però che il committente delle analisi sia l’Eni stessa, ragione per la quale qualche dubbio emerge, visto che è il controllato che commissiona controlli su se stesso al controllore. Ma tant’è. Insomma anche durante l’esercizio normale delle trivelle qualche impatto sull’ecosistema marino lo si trova e si tratta in massima parte dell’accumulo di metalli pesanti che possono, come il mercurio, entrate facilmente nella catena alimentare.

Altra questione è quella della subsidenza, ossia l’abbassamento delle zone costiere dovuto all’emungimento di ciò che si trova nel sottosuolo. Sicura è la subsidenza dovuta allo sfruttamento dell’acqua di falda per fini civili o industriali, come il caso di Venezia che si abbassò di una decina di centimetri a causa dello sfruttamento dell’acqua di falda da parte del petrolchimico di Porto Marghera, mentre è più sfumato il rapporto tra estrazione di idrocarburi e subsidenza, anche se alcune sovrapposizioni sembrano confermarlo. Rimanendo nella sfera delle ipotesi e vista la poca valenza delle quantità estratte, rispetto ai consumi nazionali, – parliamo del 3% del metano e del 1% del petrolio – forse sarebbe meglio utilizzare il “principio di precauzione“. Ossia non agire fino a quando non si è certi della non pericolosità per l’ambiente di una certa attività. Principio che è ufficialmente adottato dall’Europa come strumento di decisione per la gestione del rischio.

Fin qui la conduzione ordinaria dell’attività estrattiva, ma se ci fosse un incidente? Per quanto riguarda l’estrazione metanifera l’inquinamento marino sarebbe basso, sempre in relazione all’incidente, visto che il metano è volatile e si disperderebbe in atmosfera, con conseguenze gravi sul fronte dei cambiamenti climatici visto che è un potente gas serra che ha un effetto sui cambiamenti climatici trenta volte maggiore rispetto all’anidride carbonica. L’effetto dello sversamento in mare di petrolio a seguito di un incidente, invece, dipende molto dalla quantità, dalla profondità del mare, dalla correnti e da altri fattori. Di sicuro non è il caso d’incrementare l’accumulo d’idrocarburi nel Mar Mediterraneo che è già pesantemente interessato al fenomeno. Secondo l’Eni, infatti, il 60% degli idrocarburi presenti nel Mediterraneo deriva dagli scarichi civili e industriali, il 40% dal traffico navale, che riversa nelle acque circa 150.000 tonnellate ogni anno di idrocarburi, mentre quelli derivati dalle attività estrattive sarebbero molto bassi: meno dello 01%. dati che si riferiscono, però, alla conduzione normale delle attività petrolifere. Nel 2014, per dare un’idea la Bp dichiaro la conclusione della fase di “ripulitura” delle coste a quattro anni dall’incidente e fu subito smentita dalla Guardia Costiera statunitense la quale affermò che avrebbe continuato nelle operazioni di controllo.

I danni sull’ecosistema son ben lungi dal dirsi definiti, mentre il conto economico per BP, per ora, è arrivato a 18,7 miliardi di dollari che saranno versati dalla compagnia petrolifera allo Stato federale e ai cinque stati interessati dall’incidente. E parliamo di un incidente avvenuto sull’Oceano Atlantico a 80 chilometri dalla costa. Potete immaginare cosa succederebbe in caso di un incidente analogo a 12 miglia dalle nostre coste in un mare semichiuso come il Mediterraneo. Dove il ricambio d’acqua dallo stretto di Gibilterra è di circa 80 anni.

4 aprile 2016
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I vostri commenti
Silvano Ghezzo, lunedì 4 aprile 2016 alle21:28 ha scritto: rispondi »

Renzi vai a casa........ e sarà tutta salute per gli italiani.

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