Associazioni ambientaliste contro le nuove trivellazioni in Adriatico. A scatenare l’idea degli ambientalisti è quello che sta succedendo per l’ennesima volta, relativamente all’autorizzazione concessa alla società petrolifera australiana Po Valley Operations da parte del Ministero dello Sviluppo Economico.

Con questa autorizzazione il titolo della società attuale per ricerca e sfruttamento di idrocarburi offshore passerebbe da 197 chilometri quadrati a 526, davanti alle coste della Provincia di Ravenna. Verrebbe cioè quasi triplicato e questo grazie ad una riperimetrazione che consentirebbe di espandere le attività di ricerca di gas e petrolio in mare entro 12 miglia dalla costa, al momento vietato in maniera esplicita da una legge del 2010.

Si tratta delle conseguenze di un’interpretazione a dir poco irregolare e sproporzionata dell’art.35 del Decreto Sviluppo del 2012, decreto promosso da Corrado Passera, allora Ministro allo Sviluppo Economico per il Governo Monti. In quell’articolo si prevedeva una deroga al rispetto del limite delle 12 miglia, facendo salvi i procedimenti autorizzatori e concessori in corso alla data del 29 giugno 2010. Il Consiglio di Stato aveva chiarito però come l’ampliamento di un’attività già concessa non potesse essere inquadrato all’interno di questo articolo, ma rappresentasse una vera e propria violazione di legge.

Ancora una forzatura dopo quella dello Sblocca Italia, sostengono gli ambientalisti, un’interpretazione quella del Ministero per altro in contrasto su molti fronti anche con la normativa europea.

Ecco che le associazioni ambientaliste FAI, Greenpeace, Legambiente, Marevivo, Touring Club Italiano e WWF, hanno reagito con un immediato ricorso al TAR del Lazio, contro i Ministeri dello Sviluppo Economico, dell’Ambiente, delle Infrastrutture e dell’Agricoltura, e nei confronti della società PO Valley Operations PTY LTD, Regione Emilia Romagna, Comune di Ravenna e ISPRA. Queste le motivazioni:

Ci troviamo di fronte a quella che noi giudichiamo una palese violazione della legge, che ignora quanto già chiarito in merito dal Consiglio di Stato che stabilisce come non si possano modificare in maniera così radicale gli esistenti titoli abilitativi.

Questa manovra equivale di fatto a un via libera per poter trivellare i nostri mari ovunque: a due passi dalle coste e dalle spiagge, dalle aree protette, sempre più a ridosso di luoghi ad alto valore turistico, da nord a sud. Un vero scempio.

Se dovesse passare senza problemi questa interpretazione del Ministero, d’ora in poi la stessa cosa potrebbe essere fatta per qualsiasi costa, qualsiasi spiaggia e area protetta, sostengono le associazioni impegnate in questa lotta. Il vero sviluppo del nostro Paese, ribadiscono, deve avvenire con la valorizzazione della ricchezza del nostro territorio, della quale il nostro mare è una parte fondamentale da preservare e non da distruggere:

Non consentiremo questa deriva che viene portata avanti in spregio alla bellezza e alla biodiversità del nostro mare, in danno ad altri settori strategici come il turismo e la pesca e a detrimento delle comunità costiere e di tutto il Paese.

27 maggio 2015
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Wwf
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