Il TiSA è un accordo pericoloso che ostacola la lotta ai cambiamenti climatici. Così Greenpeace definisce il “Trade in Service Agreement” (Accordo sugli scambi di servizi), frutto di un negoziato segreto che sarebbe in atto dal 2013 e che vede protagonisti UE, USA e altri 21 Paesi. Trattative che potrebbero essere portate a termine entro la fine del 2016.

Stando a quanto pubblicato e sostenuto da Greenpeace Olanda su www.tisa-leaks.org, dove sono stati resi pubblici alcuni testi finora segreti più un’analisi del capitolo relativo all’energia, il trattato sarebbe fonte di preoccupazione non soltanto dal punto di vista democratico, ma anche da quello della lotta ai cambiamenti climatici. Inoltre vi sarebbe una clausola di riservatezza, prevista per alcuni capitoli, che imporrebbe agli Stati firmatari la segretezza sui contenuti per i 5 anni successivi alla firma del documento finale.

Gli attivisti di Greenpeace hanno esposto, come segno di protesta e per attirare l’attenzione su questo nuovo accordo segreto tra i governi mondiali, uno striscione a Ginevra (in concomitanza con il ventesimo round di negoziati relativi al TiSA) riportante la scritta “Don’t trade away our planet” (Non svendete il nostro Pianeta). Secondo quanto ha commentato Federica Ferrario, campagna Agricoltura e progetti speciali di Greenpeace Italia:

Questi testi mostrano che il TiSA, al pari di altri accordi commerciali, contiene misure che legano le mani di quegli stessi politici che dovrebbero applicare l’accordo sul clima di Parigi.

Stando all’analisi effettuata da Greenpeace, la stessa associazione ha individuato 5 punti centrali per quanto riguarda le ripercussioni negative del TiSA sulle popolazioni mondiali e sul progresso nella lotta ai cambiamenti climatici:

  1. Negli anni a venire la transizione energetica avrà necessariamente bisogno di una regolamentazione del settore privato, ma con la clausola di “standstill” (stasi delle liberalizzazioni) prevista dal TiSA questa operazione risulterà difficile se non praticamente impossibile.
  2. La cosiddetta clausola “ratchet” (una sorta di divieto a reintrodurre barriere commerciali) implicherebbe che servizi vitali come l’energia, l’acqua potabile e l’istruzione, se liberalizzati, non potrebbero più essere rinazionalizzati. Indipendentemente dalla volontà degli elettori, questi servizi fondamentali sarebbero sempre orientati in linea prioritaria verso la produzione di profitti.
  3. Le aziende private avrebbero voce nella stesura di nuovi regolamenti che andrebbero a influenzare i loro interessi. La capacità dei governi di garantire una efficace supervisione democratica dei processi di regolamentare sarebbe per lo meno limitata, se non azzerata.
  4. Nessuna distinzione potrà essere fatta tra fonti energetiche meno impattanti e combustibili fossili più nocivi, rendendo nella pratica impossibile una graduale eliminazione di quelle più dannose come il carbone, il petrolio estratto da sabbie bituminose e lo shale gas.
  5. Accordi commerciali come il TiSA porteranno ad un aumento del commercio di combustibili fossili mentre il loro uso e commercio dovrebbero essere ridotti per rispettare gli accordi sul clima di Parigi e la tutela del Pianeta.

Secondo quanto a concluso Ferrario, al termine del comunicato diffuso da Greenpeace, il pericolo è quello di assistere a grandi corporazioni che emanano in autonomia le proprie regolamentazioni:

Google e Facebook non dovrebbero stabilire le regole sulla privacy e le banche non dovrebbero autoregolamentarsi. Sapere che l’industria dei combustibili fossili potrebbe essere tra i protagonisti della redazione di policy ambientali è una contraddizione. Sarebbe come chiedere all’industria del tabacco di scrivere le norme sulla salute. Queste decisioni devono essere prese dai cittadini tramite i governi che hanno democraticamente eletto, non dalle aziende.

20 settembre 2016
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